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[Recensione] Gone Girl di David Fincher

Era il 20 ottobre quando con lo sguardo rivolto verso lo schermo, in una fredda sala gremita di giornalisti, inebriata dall’odore di un caffè appena preso per non addormentarsi, ho avuto modo di guardare in anteprima, in occasione del Festival internazionale del Film di RomaGone Girl (o L’amore Bugiardo, come è stato malamente tradotto in italiano) l’ultima bellissima opera firmata David Fincher. Ecco la mia recensione.

GoneGirlFincerSpecialShootMi ero ripromessa di non mettere mano a WordPress e scrivere alcunché su Gone Girl fino al 18 dicembre 2014, quando l’ultimo capolavoro di David Fincher finalmente sbarcherà anche nelle nostre desolate sale cinematografiche.
Mi ero ripromessa di rivestire il pc con trappole per mani che con troppa facilità avrebbero altrimenti redatto un articolo su questo film, con l’inevitabile rischio di spoilerare qualcosa ad ogni singolo paragrafo; mi ero ripromessa di aspettare, di far salire l’attesa. E invece non ce l’ho fatta. Ogni buon proposito si è andato allegramente a far benedire.
Passerei ore a elogiare questo film tratto dall’altrettanto entusiasmante best-seller di Flynn Gillian. La fortuna di questo racconto è stata sicuramente quella di essere stato trasposto sul grande schermo da uno come David Fincher, un regista che ancora una volta si dimostra capace di prendere il meglio dai libri su cui basa i suoi capolavori cinematografici, facendoli suoi per poi dar vita a un film talmente perfetto, talmente ipnotico, da rendere illeggibile il libro da cui esso è stato tratto. Lo aveva già fatto con Fight Club prima, con un classico come Il curioso caso di Benjamin Button poi, e ci è nuovamente riuscito con Gone Girl.
La storia, di primo acchito, oggi può risultarci poco fantasiosa perché sa di già sentita. Basta aprire un giornale, o guardare un telegiornale, per venire a conoscenza di storie simili a quella raccontata dalla Flynn prima e da Fincher poi. Il fatto è che Fincher, quando mette mano ad una cinepresa, riesce sempre a rendere originale e mai banale ogni tipo di racconto. Chiamatelo dono, chiamatelo talento. Fatto sta che con quel suo stile tutto particolare, ancora una volta riveste di originalità una storia che, sulla carta, è stata già portata in scena da migliaia di altri suoi colleghi prima di lui, riuscendo comunque a non deludere i propri spettatori.

Ma di cosa parla Gone Girl?

Amy e Nick Dunne, una volta coppia felice e perfetta, sono caduti nel baratro della crisi matrimoniale. I giorni gai e spensierati sembrano lontani; al loro posto si è fatto spazio l’indifferenza, l’incapacità di comunicare e di sopportarsi a vicneda. Il giorno del loro quinto anniversario Amy scompare. Di lei nessuna traccia, se non fosse per quelle macchie di sangue ritrovate sparse qua e là in cucina. Ad essere ritrovato è anche il diario personale di Amy; a quelle pagine la donna confidava i propri timori e la paura che un giorno suo marito Nick la potesse uccidere. Neanche il tempo di dire “ma” che Nick viene trattenuto come principale sospettato del possibile omicidio della moglie. Ma l’amore, si sa, è bugiardo e la verità non è quella che sembra superficialmente.

A dare vita a Amy Dunne è un’incredibile Rosamund Pike (vista già in film come Orgoglio e pregiudizio e Il caso Thomas Crawford e qui finalmente nei panni della protagonista). È lei l’anima del film. Lo dimostrano i continui primi piani fatti sul suo volto, compiuti dalla cinepresa quasi per indagare e scoprire i segreti da lei celati, e contemporaneamente per cercare di interpretare i suoi più oscuri pensieri. Ad Amy/Rosamund si oppone Nick, interpretato da Ben Affleck. Non mi sentirete mai parlare di Ben e delle sue prove attoriali con termini  quali “magistrale” o “impeccabile”. Questa volta, però, devo ammettere che il caro e vecchio Affleck si è messo parecchio d’impegno e ha dato vita a un’interpretazione convincete. complimenti Ben. Ah, i miracoli di Fincher.
Se il film è comunque il gioiellino che è, a giocarvi un ruolo essenziale è stato (come si diceva poc’anzi) lo stile unico e inimitabile di Fincher. L’uso dei colori freddi delle scene al presente per rimandare ai sentimenti di freddezza e di distanza emotiva tra i personaggi, in contrasto ai colori più caldi impiegati nei flashback; l’uso di un montaggio serrato nelle scene di massimo climax; movimenti di macchina mai casuali e sempre studiati, volti quando a seguire, quando a indagare, quando semplicemente a mostrare con maniacale freddezza le scene che dinnanzi a noi prendono vita.

cdn.indiewire.com
Niente nei film di Fincher è banale. Nemmeno l’uso della voce. Amy non solo è assente fisicamente, ma anche vocalmente. Se la sentiamo parlare è solo per mezzo di una voce-over proveniente da chissà quale passato e anche nei flashback mostrati è difficile che parli. Al contrario Nick è un vortice di sproliloqui e di commoventi (o pseudo tali) discorsi e continui appelli per dimostrare la propria innocenza.

Gone Girl, lo ripeto, si può tranquillamente etichettare come un altro capolavoro uscito dalla fucina di Fincher. Ciò su cui ancora riserbo ancora qualche dubbio è se questo film sia o meno IL capolavoro di Fincher. Ovviamente è girato in maniera impeccabile, perfetta, ogni dettaglio minuziosamente studiato e integrato nella scena con solo quella pignoleria che David può possedere. Eppure si sente la mancanza di quei tocchi di genio che invece avevano segnato la sua filmografia precedente. La noia e il pseudo-collasso della prima mezz’ora (con tanto di continui occhiatine rivolte all’orologio per vedere quanto era passato dall’inizio del film) lo dimostrano. Per fortuna, passata la prima mezz’ora, e il correllativo interrogativo se Fincher abbia perso il suo smalto, il film prende quota. Eccome se prende quota. Vola in alto trasportando il spettatore con sé, nel cielo dell’ansia, della suspense e della tensione.
Insomma il 2014 non poteva che concludersi in maniera migliore. Grazie Babbo David Fincher per questo regalo.

Elisa Torsiello per Radioeco

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