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[RECENSIONE] Iggy Azalea – The New Classic

Iggy Azalea - The New ClassicProvo da sempre una certa affezione per Iggy Azalea, la bionda australiana che, raccattati armi e bagagli, lascia la terra natia e, messo su l’accentaccio americano di convenienza, prova e dismette come bei vestiti le diverse culture del mondo, e infine diviene una rapper di successo, almeno considerando che è stata la prima donna bianca a comparire sulla copertina della rivista XXL. Non può allora che causare forte disappunto The New Classic, questo primo album troppo fiacco e sciaguratamente intitolato. I proclami di apertura (This is that new classic; ain’t this what you wanted? / What amazing look like, you recognise it when you see it, in Walk the Line) tentano di mistificare ulteriormente la ben amara verità invano: tutto fuorché un classico.

Pure, se anche per classico si intenda un’opera senza tempo, il debutto dell’australiana è opera fortemente connessa al momento musicale, anzi forse già un poco démodée. Che sia lo stanco hip-hop da classifica, che vorrei lasciato alla schiatta dei Macklemore (Impossible Is Nothing potrebbe essere sua), oppure la trap che fa tanto 2012 o Katy Perry svegliatasi troppo tardi, che né qualche chitarra elettrica (Goddess) né un ritornello pop-EDM cantato dalla miracolata Rita Ora (Black Widow, scritta in parte dalla succitata Perry, di cui tutti conoscono l’abilità con le parole), è tutto troppo stanco e già risaputo. A questo si potrebbe aggiungere un mezzo plagio di Drake in Don’t Need Y’all, non altro che No New Friends sotto mentite spoglie, per completare l’orribile scenario. O almeno, in uno dei tanti momenti di distrazione, ho avuto come l’impressione che nelle mie orecchie fosse la canzone del canadese, prima di ricordare a me stesso che io non ascolto Drake così a caso. E dopotutto il verso Ain’t got time for new friends non è un’esplicita ammissione?

Purtroppo, neanche i testi riscattano la musica. Uno dei temi principali dell’album è la solita storia di realizzazione personale attraverso le difficoltà della vita, propria di chi, partito dal basso, ora si trova su al vertice, sempre per citare Drake. Anzi si può affermare che questo è il filo conduttore dell’intero lavoro, come dimostrano anche alcune riprese testuali, per esempio quella del verso «Sixteen in the middle of Miami» che ricorre sia nella suddetta Don’t Need Y’all sia nel ritornello di Work, cavallo di battaglia, come direbbero gli Amici, della rapper australiana, almeno in Inghilterra, dove le arride da tempo maggior successo che in America (e ciò spiega la presenza di due inglesi come Rita Ora e Charli XCX).

Ed è questo il passo falso che l’ha condotta a rovina, perché la Iggy che ci racconta la sua vita in lotta, uguale a quella di tanti altri rapper e quindi più volte raccontata, è decisamente noiosa; al contrario la Iggy senza passato, in the murda bizness per diporto, che ti balla sopra perché c’è una festa sulla tua faccia, è irresistibile. Per questa ragione le cose migliori sono quelle in cui quella persona può brillare in tutto il suo splendore, cioè Fancy, beneficiata della benedetta Charli XCX, che sa sempre come piazzare un ritornello, e di un beat ratchet – quanto gradito in mezzo a tutta questa sbiadita trap! – provvisto pure degli hey-hey-hey di Mustard, ma che non è di Mustard (e il fatto che Iggy sia stata costretta a ripeterlo per mari e monti dice molto); Lady Patra che la presenza di Mavado avvolge di fresche cadenze dancehall, che Iggy asseconda con immensa grazie anche nel suo rap; New Bitch, addolcita dagli zuccherosi synth trance; e infine Fuck Love, dirompente sul suo beat maddecentesco (Fuck love, give me diamonds; / I’m already in love with myself), che ci ricorda solo alla fine la Iggy di cui primamente ci innamorammo.

Luca Amicone

Redazione musicale

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