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[RECENSIONE] Il giovane favoloso

50393Se i vostri ricordi (o forse incubi) liceali cristallizzano nella vostra mente un’immagine di Leopardi solo, sfigato, triste e emarginato, beh, bisogna dire che in parte sono giusti, ma in parte no. Il film Il giovane favoloso, da poco nelle sale italiane, è sicuramente un appuntamento imperdibile per gli amanti del biopic o delle poesie del poeta di Recanati. Di certo queste non mancano, anzi!

Il regista Mario Martone ha voluto consegnarci un Leopardi sensibile e ribelle, disincantato sul mondo e in preda a un’ispirazione continua: nel lungometraggio vengono recitati da Elio Germano i passi di alcune delle poesie più celebri, dall’Infinito («Sempre caro mi fu quest’ermo colle…») alle Operette morali, concludendo con il capolavoro, La ginestra («E tu, lenta ginestra che di selve odorate queste campagne dispogliate adorni…»).

Un film che riesce quindi a incastonare il genio del poeta e ci consegna un’anima pura, riuscendo a filmare la sensibilità del diverso: «Leopardi parla a chiunque sia giovane, non solo anagraficamente, proprio per la spinta verso la libertà che lo caratterizzava» ha dichiarato lo stesso regista.

L’attenzione ai luoghi e ai personaggi rivela l’autenticità e l’originalità di Martone: una Recanati perfettamente ottocentesca, la biblioteca del severo padre Monaldo (luogo per Giacomo di «Studio matto e disperatissimo»), e poi Firenze e Napoli, luoghi tanto desiderati quanto poi screditati dal poeta. Non mancano poi il pessimismo cosmico e il dolore fisico e morale di Leopardi, personalità tanto nobile quanto oppressa dal tempo e dalla famiglia.

Ho trovato strabiliante l’interpretazione di Elio Germano, che s’immedesima perfettamente nel poeta, consegnandocene – a parte la famosa gobba – un’immagine meno stereotipata e più pura. Chapeau. E poi la fotografia è sensazionale: un susseguirsi d’immagini cariche di contrasti, luci e ombre, e prospettive classicheggianti in cui l’uomo sembra perdersi, ma è come un misero dettaglio insostituibile. Un tocco sensibile allo sguardo tanto quanto alle orecchie grazie ad una colonna sonora delicata, quasi fragile, che accompagna la solitudine interiore del poeta e il suo perdersi nella mondanità, fino agli ultimi sviluppi della malattia che lo affliggeva.

Se di certo gli scorci di Firenze e di Napoli non mancano e alcuni sono veramente incantevoli, la pecca devo trovarla comunque: la nostra Pisa è tagliata fuori dalla trasposizione cinematografica della vita di Leopardi, che eppure passò più di un anno proprio nella città della torre pendente (dal 1827 a metà 1828), e dal suo soggiorno scaturirono i “canti pisano-recanatesi”. Leopardi elogiò pure i lungarni: «L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano, né a Roma, e veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta».

Questo quindi forse l’unico diffettuccio, ma per il resto il film è un’autentica fiaba reale che fa bene e che rompe un po’ gli stereotipi. Comunque anche Leopardi diceva parolacce è il titolo di un libro da poco uscito del linguista Giuseppe Antonelli, che mette in mostra come, oltre all’italiano aulico-classicheggiante delle poesie, il poeta nella corrispondenza privata ne diceva di cotte e di crude! Insomma ragazzi che dire, se amate il cinema ela letteratura, non ingobbitevi a studiare in casae ma andate al cinema! Non ve ne pentirete: centotrentasette minuti di puro piacere per l’anima e lo sguardo. Peccato che a Venezia siano stati avidi di leoni per questa biografia tutta made in Italy!

Alessio Foderi

⇒ La nostra Elisa Torsiello aveva già parlato del Giovane Favolso in questo articolo direttamente da Venezia.

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