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Recensione: “Il racconto dei racconti – Tale of Tales” di Matteo Garrone

Recensione del film Il racconto dei racconti – Tale of Tales, diretto da Matteo Garrone e presentato in concorso al Festival di Cannes 2015.

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Matteo Garrone sul set di “Il racconto dei racconti – Tale of Tales”. Foto di Greta De Lazzaris

Finora molti hanno avuto una certezza in merito a Matteo Garrone: “Un regista le cui opere hanno un piede posato sulla sponda della finzione e l’altro piantato su quella del documentario è un realista”. A molti spettatori dell’acclamatissimo Gomorra non sarà quindi giunta inaspettata una pellicola come Reality.

Il racconto dei racconti invece li avrà senza dubbio spiazzati, e non solo loro: chi, convinto di assistere alla proiezione del classico fantasy, condito di re, draghi, orchi e maghi e cosparso dell’immancabile patina di Medioevo, avrà preso posto in sala, dopo pochi minuti si sarà stupito; perché il film, adattamento di tre fiabe di Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile (1566-1632), si sottrae all’abusato andamento di trasposizione cinematografica di una storia non moderna, operato da chi crede che solo personaggi incredibilmente smaliziati possano risultare significativi per lo spettatore. Garrone, al contrario, ci presenta caratteri, almeno all’apparenza, ingenui: sullo schermo recitano i genuini abitanti del mondo delle fiabe.

L’amante del fantasy, probabilmente, dopo pochi minuti si sarà trovato anche a controllare l’orologio; perché, fin da subito, non può sfuggire a nessuno la lentezza con cui procede il film. La lentezza che, ancora una volta, è la fedele riproduzione del tempo scenico della fiaba barocca di Basile. E così trovano posto nel film tutti i barocchismi del Pentamerone di Basile, dagli ornamenti delle sale agli addobbi di uomini e donne, impreziositi dalla meravigliosa fotografia del maestro Peter Suschitzky e – non lo diciamo senza il dovuto orgoglio – dalla natura mozzafiato che l’Italia ha avuto la fortuna di ospitare e il coraggio di far convivere con le opere del proprio genio artistico.

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Vincent Cassel in una scena del film

Tre sono le storie aggiogate al carro de Il racconto dei racconti, che prende ora le redini dell’una ora di un’altra; le bellezze del nostro paese fanno da sfondo, per contrappunto, a tre storie di passioni incontrollabili e fetide. C’è la regina di Selvascura (Salma Hayek), disposta a sacrificare tutto pur di soddisfare il proprio desiderio di maternità. C’è il re di Roccaforte (Vincent Cassel), alle cui voglie tutti i sudditi devono essere più che sudditi; e c’è il re di Altomonte (Toby Jones), per cui l’affetto della figlia Viola (Bebe Cave) non è granché di fronte al diletto offerto dall’allevare una pulce.

Tre personaggi che non si crucciano se il mondo e le persone a loro più care vanno in rovina, purché i loro capricci trovino soddisfazione. Sono sovrani, perciò il loro volere è legge, legge inderogabile; chiunque “scavalchi” il muro del tortuoso e incomprensibile percorso delle loro brame merita una pena esemplare, come il giovane Elias (Christian Lees), che si permette di barare mentre scorrazza per il labirinto con la madre, la regina di Selvascura. Ma la rincorsa non è un gioco: è una fuga dall’abbraccio materno, che vuole legare il figlio con un vincolo che sia tutto per lui.

La fuga verso la libertà non riconosce nelle leggi altro che ostacoli violabilissimi: Viola, la principessa di Altomonte, culla il sogno di un marito nel candore dei suoi occhi grandi; ma quando troverà un uomo disposto a darle ciò che ha, e di cui lei però non sarà innamorata, non trascurerà nessun mezzo per liberarsi dalle sue cure sgradite. E così chi fugge dalla povertà si sente legittimato a contraffare la realtà; è il caso della virago Dora (Hayley Carmichael) che, scambiata dal re di Roccaforte per una vergine a causa della sua voce, falsifica il proprio corpo con tagli, unguenti e altri lordi trucchi per insidiarlo.

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Salma Hayek in una scena del film

Il film è la storia di egoismi che, nutriti del loro nulla, ingrassano fino a raggiungere dimensioni abnormi. L’egoismo è negli occhi del re di Altomonte che, di fronte alle manifestazioni di affetto della figlia, seguono i salti di una pulce; è nelle sue mani, che sfamano l’insetto dell’amore smisurato di cui dovrebbe pascersi Viola, sempre più macerata dall’indifferenza del padre; è nel paradosso di un corpo che dovrebbe essere minuscolo, quasi impercettibile, e assume invece un’importanza gigantesca al punto da soffocare la propria esistenza.

L’uomo adesso ha l’occasione di redimersi: se Elias ha barato, lo ha fatto per giocare con il suo migliore amico, Jonah (Jonah Lees), come spiega alla regina madre; ella dunque lo perdoni. Ora che il suo inganno ai danni del re ha avuto successo, Dora può condividere la fortuna con sua sorella Irma (Shirley Henderson). Morta la pulce, il cuore paterno può finalmente effondersi tutto in dolcezze verso la figlia. Ma potere è volere, e un egoismo soffocato è un egoismo più cieco che mai.

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Toby Jones in una scena del film

Il racconto dei racconti, come si vede, non è un fantasy: i personaggi che popolano il mondo di Basile non sono creature simboliche, alcune edulcorate del proprio egoismo per rappresentare i “buoni”, altre incatramate nella loro sensibilità per rappresentare i “cattivi”. Nel libro, come sullo schermo, compare sempre e solo la natura umana con cui è famigliare chiunque si sia mai realizzato nella propria socialità. La fantasia di una vita priva di egoismo, capricci e falsità è un privilegio di cui può godere solo chi è figlio della digestione del cuore di un drago marino o delle fumigazioni della sua bollitura; ma un uomo del genere, naturalmente, non esiste.

All’inizio abbiamo menzionato la lentezza che, dalle prime scene, caratterizza Il racconto dei racconti – Tale of Tales, una dimensione temporale che mal si accorda con il prototipo di film fantasy, in cui la bacchetta magica, come un deus ex machina da quattro soldi, risolve o scombina situazioni impantanate dall’imperizia dello sceneggiatore. Ma la lentezza non è forse un tratto distintivo della realtà che ogni uomo vive ogni giorno? Anche questa è, dunque, una potente spia di come il cinema di Matteo Garrone sia ancora profondamente realista.

Gabriele Flamigni per Radioeco

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