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[RECENSIONE] Inc. – No World

Gli Inc., in precedenza conosciuti come Teen Inc., sono due fratelli di Los Angeles, Andrew e Daniel Aged. Dopo aver suonato e prodotto per non poca gente importante del mondo pop e R&B, arrivano ora al loro LP di debutto, No World, uscito sulla rinomata etichetta 4AD, la stessa dell’EP d’esordio risalente al 2011, 3, che non aveva proprio convinto la critica.
Sulla scia dell’entusiasmo per The Place, primo singolo, volevo dargli un ascolto. Dopo aver deciso di recensirlo, gliene ho dati ulteriori. Ho cercato di convincermi ogni volta che potesse piacermi. Poi non ce l’ho fatta più: l’album è tremendo. Scusatemi cari, ma non ci sono attenuanti.

Posta in apertura con minima sorpresa, The Place definisce il tono e da lì lo si mantiene fino alla fine, tanto che se lo si ascoltasse distrattamente, l’album apparirebbe un’unica grande traccia. Dopo una sola canzone, si ha la strana sensazione che si sia già sentito tutto ciò che c’era da sentire. Man mano che si procede, nulla di anche minimamente diverso o almeno fatto meglio.
La produzione del duo è volta all’R&B del passato, quello degli anni ’80 e in misura minore dei ’90, riproposto in chiave soffusa. La voce del cantante, piuttosto ordinaria, si perde nell’etere, dividendosi in sussurri, gemiti e mugugni. Probabilmente le parole avrebbero pure un loro significato profondo, illuminante la verità delle emozioni e dei rapporti umani, se solo fossero minimamente udibili. Invece, ciò che a stento si coglie sono frasi lasciate a metà, che vorrebbero dire tutto, ma che non dicono niente. À la Toro Y Moi, per intenderci.

L’andamento retro è tuttavia riscattato in The Place da uno schema ritmico dal sapore moderno, fatto di percussioni scattanti, e da un memorabile hook vocale, l’unico degno di questo nome, che getta un’interessante ombra di mistero: «You seem like you already know / I feel like you’ve been here before». Lì sta la grandezza della canzone. Purtroppo questi elementi sono presente a stento, sporadicamente, nelle altre tracce. In 5 Days, forse, e poco più.

Black Wings vive sotto l’influeza di Prince per essere la gemma su cui perde la testa un Benji B qualsiasi, da passare tra James Blake e Atoms for Peace. Per gli altri una canzone al più nella media. Lifetime copia il beat da Timbaland, dimostrando che i fratelli fanno parte di quella schiera numerosa che ancora piange sui dischi di Aaliyah. Trust (Hell Below) cerca di dare una scossa, una botta di vita, dando finalmente il giusto rilievo alla voce e alle parole. Ma siamo ancora a metà album. Poi?

Poi, dopo l’intermezzo di Your Tears, che sa tanto di improvvisazione, è ancora la stessa formula ad essere riproposta, sempre più stanca, sempre più noiosa. Alcuni scatti delle percussioni in Angel e Desert Rose (War Prayer) danno quel poco d’aria necessario a mantenere viva la fiammella della speranza. A spegnerla del tutto arriva Careful, che si dimena tra sospiri, brontolii e lamenti strozzati. Il mal di pancia è meglio se sfogato da un medico, non davanti al microfono. A seguire, per chiudere in bellezza, c’è la strumentale Nariah’s Song, tutta piano e fruscii. Strazio.

Luca Amicone

Redazione musicale

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