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[RECENSIONE] Interstellar

interstellarParlare di ambizione pensando a Christopher Nolan è riduttivo. Si tratta di un regista che in dieci anni ha: frammentato la cronologia di una storia (Memento), messo in scena i tormenti di un detective colpevole (Insomnia), giocato a fare il mago con lo spettatore (The Prestige), ordito il reboot più redditizio della storia del cinema di una graphic novel quasi decaduta (la trilogia del Cavaliere oscuro) e ricostruito visivamente la complessità della mente umana (Inception). Che cosa gli restava? Non poteva che affrontare l’argomento assoluto, IL tema per eccellenza: la sopravvivenza della specie. E dove? Nello spazio, of course.

Cooper (Matthew McConaughey) è un ex pilota della NASA ora agricoltore, in un XXI secolo in cui il mondo è sempre più falcidiato da tempeste di sabbia e rischio di carestia. Vive con i figli Tom e Murph (interpretati, una volta cresciuti, da Casey Affleck e Jessica Chastain), e col nonno Donald (John Lithgow), padre della compianta moglie. La figlia Murph è convinta che vi sia un fantasma in camera sua, che spesso le lascia dei messaggi in codice. Uno di questi ha come oggetto le coordinate di un imprecisato luogo. La curiosità spinge Cooper (e Murph, nascostasi in macchina a insaputa del padre) a raggiungerlo, arrivando proprio alla segretissima sede della NASA. Qui il professor Brand (Michael Caine) con la figlia Amelia (Anne Hathaway) e altri esperti illustrano a Cooper le due opzioni che hanno ideato per salvare l’umanità dall’estinzione, proponendogli di guidare la missione: la ricerca di un nuovo pianeta abitabile. Lui accetterà, non senza il forte rimpianto di rinunciare ad assistere alla crescita dei propri figli.

La sceneggiatura, scritta come sempre a quattro mani col fratello Jonathan Nolan, ha alla base le teorie di Kip Thorne, fisico teorico statunitense noto per le sue idee su ipotetici viaggi nel tempo grazie a paradossi spazio-temporali. E parlando di paradossi, non possiamo non notare che, in un contesto algido e asettico, siamo di fronte alla storia d’amore più viva dell’intera filmografia nolaniana. In Interstellar c’è un inaspettato lato sentimentale da parte di un regista che si è sempre rivelato distante (e talvolta inadeguato, vedi la scena di sesso Bale-Cotillard nel terzo capitolo di Batman) dall’intensità e irrazionalità della passione. Questo rende il viaggio di Cooper un’intensa esperienza visiva ma altresì interiore, in cui l’istinto va controcorrente a ciò che non vorremmo mai abbandonare.

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Matthew McConaughey conferma lo stato di grazia in cui si trova (ormai da qualche anno): la reazione al videomessaggio del figlio è esemplare. La scelta di confermare nel cast Anne Hathaway dopo The Dark Knight Rises risulta questa volta più indicata: fuori luogo come femme fatale nei panni di Catwoman, qui ottima nell’interpretare una compunta scienziata dall’aspetto androgino.

È molto interessante la contaminazione che Nolan compie a livello visivo: lo spazio viene raffigurato in modo statico, alcune inquadrature sembrano addirittura dei quadri. L’estetica è funzionale e mai compiaciuta, per niente avveniristica, e contribuisce a spostare il fulcro della narrazione verso i sentimenti puri, lasciando la freddezza tipica della fantascienza alla mera funzione di involucro. in

Detto questo, chiariamo subito che non si tratta di un film che si discosta dal percorso fatto da Nolan fino ad oggi. Dalla complessità della trama emerge ancora il suo pronunciato pragmatismo, e data l’entità del tema trattato, la vita, si palesa inesorabilmente il totale ateismo del quale è imbevuto. Trova nelle equazioni scientifiche più ardite le risposte alle domande esistenziali che da sempre crucciano l’uomo. Non sono contemplate teologiche entità superiori, ma anzi si giunge ad un’audace teoria quantistica che implicitamente esclude l’esistenza di un qualsiasi Dio.

Nolan è questo: ha un approccio assennato, talvolta cervellotico, sempre ancorato alla realtà. Inoltre gli va riconosciuto un grande sprezzo del pericolo: negli ultimi anni è riuscito a far coabitare scelte e prese di posizione altamente rischiose in grandi produzioni che solitamente rifuggono da tale sfrontatezza. o-INTERSTELLAR-TV-SPOTS-facebook

Ambizione, dicevamo. È da sempre il motore che ha alimentato la carriera di un regista che sarebbe potuto diventare un guru del cinema d’autore, e che invece ha voluto intraprendere una sfida ancor più ardua: creare un nuovo filone di cinema, il mainstream d’autore.

Sull’esito di questa scelta si dibatte ardentemente: chi lo considera un genio, chi lo giudica un paraculo. Personalmente propendo per la prima ipotesi, ma bisogna ammettere che Interstellar è perfetto per non trovare soluzione al dilemma: è un esaltante viaggio che supera l’esistenza personale del singolo, ma si attorciglia eccessivamente nello snodo finale della narrazione, smorzando quella vigorosa empatia che si prova per i 2/3 della storia. La prova da superare qui era di sottrazione: sapersi fermare al momento giusto. E invece, come Icaro, Nolan vola troppo in alto, per finire con le ali di cera sciolte al sole.

Iacopo Galli

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