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recensione: irrational man di woody allen

Recensione del film Irrational Man, diretto da Woody Allen e interpretato da Emma Stone e Joaquin Phoenix.

getty images (bestmovies.it)Filosofia. Tra coloro che non riconoscono in essa la propria vocazione, c’è chi la identifica con una catasta di discorsi astratti e astrusi; c’è chi vede in essa un modo per divertirsi con gli amici, l’arte di esporre tesi tutte parimenti opinabili, tutte parimenti dimenticate con la caduta della conversazione su un argomento un po’ più serio; c’è poi chi, a sentire la parola “filosofia”, sorride e a stento si trattiene dal commentare: “Sembra qualcosa di carino, ma cosa fa esattamente un filosofo?”. E infine c’è Woody Allen.

Il regista statunitense nei suoi film ha spesso fatto riferimento alla filosofia, ora esplicitamente (Matchpoint) ora implicitamente (Harry a Pezzi), ora seriamente (Crimini e Misfatti) ora parodisticamente (Amore e Guerra). Da autodidatta in materia, ha spesso saputo costruire trame che, come quelle dei drammi della Grecia classica, danno corpo e voce a problemi filosofici. Finalmente, in Irrational Man, film filosofico fin dal titolo, il protagonista è proprio un professore di filosofia.

Ma cosa fa il filosofo? O, se vogliamo essere più modesti, cosa può fare un filosofo? Egli, secondo l’etimologia del nome, è un amico della saggezza; è un individuo che assume una specifica attitudine nei confronti della conoscenza. Per dirla con le parole del celebre filosofo francese Michel Foucault, la filosofia è originariamente una “cura di sé”, una “pratica di sé”; un “esercizio spirituale” che l’essere umano compie per rendere “autentica” la propria “maniera di vivere”, possiamo dire servendoci questa volta del lessico di un altro filosofo francese, Pierre Hadot. Il filosofo è un uomo che cerca di dare un senso alla propria esistenza, un apprendista nell’arte della vita.

Abe Lucas (Phoenix), insegnante di mezza età, pigro, solo e alcolizzato, non sa vivere e non ci prova nemmeno. Appunto: è un professore di filosofia, non un filosofo. È un uomo che discute della morale di Kant ma non ne applica l’imperativo, che spiega la fenomenologia di Husserl ma non ne realizza l’atteggiamento, che analizza la vita etica teorizzata da Kierkegaard ma non ne pratica l’atto fondamentale, quello della scelta. Abe Lucas parla di ciò di cui altri hanno fatto esperienza.

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Joaquin Phoenix ed Emma Stone in un fermo immagine dal film

Trasferito in un nuovo college, in una nuova città, non coglie gli spunti che la nuova vita gli offre: la passione di una professoressa, la stima dei colleghi, l’amicizia di Jill (Stone), una brillante studentessa di filosofia. La fiaschetta come sola compagna, cerca nel rischio una boccata d’aria, la possibilità di sentirsi vivo.

Questa condizione è spesso definita, per l’umano bisogno di sintesi, “crisi esistenziale”. Ma chi l’ha sperimentata in prima persona sa che dietro quest’etichetta si nasconde una realtà irriducibile a un sostantivo seguito da un aggettivo: è il senso del nulla che ti prende quando guardi la tua anima, è la tua incapacità di contattare quello che sei veramente, è l’assenza di te a te stesso.

L’esistenza di Abe Lucas manca di un progetto, e allora egli, quando capita, si cerca nello straordinario, tenta di dare un significato alla propria vita tramite l’avventura. Ma per la maggior parte del suo tempo egli siede sulla sponda del proprio fiume, nell’attesa che la sorgente si esaurisca e lo liberi dall’inutile fardello dell’esistenza.

L’attesa, come raramente accade, non è vana: il caso offre al professore di filosofia la possibilità di ritrovare se stesso e riportare la giustizia nel mondo. A un prezzo: la propria onestà e, come recita il titolo del film, la propria razionalità. Come sa chi ha vissuto una condizione simile a quella in cui è impaniato Abe Lucas, talvolta la sola via per la salvezza, di sé e del mondo, sembra consistere in un progetto criminale. Forse perché questo, in quanto proposito deviante rispetto alla normalità, sancisce, per l’uomo, una rottura rispetto alla convenzione in cui egli vive e, rendendolo cosciente della propria differenza, lo restituisce all’individualità, il solo fondamento di una vita autentica?

Ma è davvero autentica una vita la cui doppia origine sia la negazione della società e il disprezzo dell’altro? Un individuo che abbia per motto: “L’umanità ha il dovere di sacrificarsi nella sua interezza per consentire a me, un suo singolo esemplare, di acquisire la consapevolezza della mia vita” è il filosofo di cui parlavamo prima? O la maschera di giustiziere che indossa cela qualcosa di un po’ più schifoso?

Irrational Man di Woody Allen, come un tafano, assilla lo spettatore e lo esorta a porsi questi e altri problemi di ordine morale. Sì: Irrational Man è un racconto morale. Che però è raccontato tutt’altro che con tono morale. La luminosità della fotografia e le musiche leggere possono infatti essere considerate come un passo indietro del regista rispetto alla storia, la volontà di lasciare a chi osserva l’onere di esprimere il suo giudizio morale sui progetti e le azioni di Abe Lucas, efficientemente interpretato da Joaquin Phoenix.

D’altronde la serenità dell’atmosfera, per contrasto, strania lo spettatore rispetto alla storia plumbea che essa incornicia e gli ricorda che, in fondo, egli è solo lo spettatore degli eventi, e che questi ultimi sono solo immaginati. Irrational Man, dopo tutto, è semplicemente un film di Woody Allen.

Gabriele Flamigni per Radioeco

 

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