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Recensione: Janis

 

Janis

Photo by JanisJoplin.com

Recensione: Janis

È da un po’ di tempo che un genere sembra regnare sovrano nel mondo del cinema. No, non sto parlando  nè di fantasy, né di drama, bensì biopic. Non che il mondo patinato di Hollywood abbia mai disprezzato portare sul grande schermo le vite di varie celebrità, soprattutto se tinte di scandali ed esistenze vissute al massimo. Eppure mai come in questi ultimi anni gli spettatori si siedono al cinema per indagare e scoprire quanto i loro idoli (soprattutto musicali) abbiano preferito vivere al massimo per poi bruciarsi in fretta. Ed ecco allora che dopo il documentario dedicato alla figura ammaliante di Amy Winehouse, e quella cult di Kurt Cobain, è giunto ora il momento di accendere i riflettori su Janis Joplin.
Ogni amante di musica, ma di musica quella vera, di quella che ti fa venire i brividi al primo ascolto e le lacrime all’ennesimo, non può non conoscere il nome di Janis Joplin. Per gli altri è una dei tanti appartenenti al terribile “club dei 27”, ossia di figure emblematiche, talentuose quanto fragili, che hanno preferito bruciare subito che spegnersi lentamente, lasciando questo mondo terreno a soli 27 anni. Proprio per far conoscere non solo il nome di Janis al grande pubblico, ma anche il suo lato più nascosto e intimo fatto di lettere ai famigliari e immagini di repertorio, la regista Amy Berg ha deciso di portare al cinema (con il beneplacito della famiglia della cantante) questo coraggioso e commovente documentario.
Quella che traspare dai fotogrammi del biopic della Berg è una Joplin meno conosciuta ai più. Una Joplin che attraverso le lettere inviate ai suoi famigliari ci svela un passato doloroso, fatto di bullismo e lacrime causato da quel suo aspetto un po’ mascolino e ben lontano dai canoni di bellezza femminile imposto già ai tempi dai mass-media; un passato che, se da un lato avrà portato alla nascita di canzoni del calibro di Summertime, Bye Bye Baby, dall’altro non la lascerà mai, accompagnandola come un infernale Virgilio in quella spirale di autodistruzione fatta di droghe e alcool che la condurrà alla fine verso il riposo eterno. Un passato da cui la Joplin ha sempre cercato di scappare, come la Berg è riuscita a rappresentare visivamente con l’immagine metaforica del treno che corre via lontano dal suo paese natio, ma che in realtà rimaneva sempre lì, a ricordarle quegli eventi velati di malinconia e bagnati di lacrime che portarono una Joplin già baciata dal successo ad affermare in un’intervista che “nessuno l’aveva mai invitata al ballo di fine anno”. Un’affermazione di poco conto se fosse stata pronunciata da una modella acclamata e invidiata per la sua bellezza, ma che se messa in bocca a un animo fragile come quello della cantante texana fa salire un brivido analogo a quello che si prova nell’ascoltare la sua voce spezzata in una sorta di canto liberatorio nelle immagini di Woodstock. Essa ci rende infatti testimoni di quanto le ferite fossero ancora aperte nell’anima della cantante, quasi come se il tempo per lei non fosse mai passato.
La Joplin ventisettenne che in una camera d’albergo dice addio al mondo terreno per un’overdose di eroina, non sembra discostarsi molto da quella diciassettenne che decise di dire addio alla sua cittadina, Port Arthur in Texas. Entrambe hanno cercato fino all’ultimo di trovare attraverso la musica un briciolo di speranza e felicità in un mondo che pareva crollargli addosso. Eppure, come ben sapeva la stessa Joplin, «stare sul palco è come fare l’amore, ma è un’illusione». Scesa dal palco, presi gli applausi la Joplin tornava sola. Come al tempo del liceo quando nessuno la accompagnava al ballo della scuola, ora non vi era nessuno disposto ad accompagnarla in quel percorso irto di ostacoli e pericoli che è la celebrità. Nessuno, eccetto l’eroina.

è stato a mio avviso proprio su questa capacità di aver rivelato un aspetto così inusuale e poco conosciuto di Janis Joplin che gioca l’unicità dell’opera della Berg. Anche perché, parliamoci chiaro, a livello prettamente registico la Berg non ha apportato nulla di nuovo al mondo del cinema. Ogni documentario che si rispetti si è da sempre avvalso di immagine di repertorio alternate a testimonianze di amici e parenti pronti a raccontare la vita del protagonista dell’opera. Ciò che davvero rende unico il biopic su Janis è stata la capacità della regista di farci conoscere la cantante texana sotto una luce diversa, più intima. Usciti dalla sala è come se gli spettatori si sentano un po’ più amici di Janis Joplin, e anche Janis Joplin chissà, magari ora si può sentire un pochino meno sola.

Elisa Torsiello per Radioeco

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