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[RECENSIONE] Jay-Z – Magna Carta Holy Grail

1) Holy Grail [feat. Justin Timberlake]
Si alza il sipario. Ti aspetti il protagonista che fa un passo avanti e s’impone sulla scena. Manco per niente. Ti ritrovi Justin Timberlake che si strugge d’amore su un piano. Poiché a produrre c’è il fu Timbaland, per un attimo ti chiedi se per caso non hai accidentalmente sbagliato album. No, è proprio quello di Jay-Z. Si sarà fatto rubare la scena apposta per creare suspense e fare un’entrata improvvisa e spettacolare. Eccola. Una strofetta insignificante su un beat risaputo. E comincia pure col nome della figlia. Così prevedibile. E poi, poverino, non può neanche accompagnarla a fare un giro che i paparazzi gli sono addosso, tutta colpa dell’insopportabile fama. Come se lui ne fosse vittima, come se lui e consorte non avessero creato un caso internazionale sulla nascita della pargoletta. E poi c’è l’interpolazione di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Oddio.

2) Picasso Baby
Una carrellata di riferimenti artistici, a pittori (Picasso ovviamente, ma anche Rothko, Basquiat e, of course, Da Vinci), musei (Tate Modern ma anche Louvre, of course) ed opere (Mona Lisa, of course), presi un po’ dovunque e messi insieme, a caso, in una brodaglia insipida rimestata, ancora una volta da Timbaland, con odiose chitarre. Jay-Z vuole che gli si riconosca lo status dei suddetti artisti. Intanto ci piazza il secondo riferimento su due canzoni alla figlia. L’hook è indecentemete inesistente.

3) Tom Ford
Se prima erano l’arte e Picasso ora sono la moda e Tom Ford ed è tutto finalizzato a dimostrare la superiorità di Jay-Z che si tiene lontano dal resto del gruppo e dalle sue mode («I don’t pop molly / I rock Tom Ford»). Peccato che Timbaland per rinanimare la sua produzione morente ricorra proprio a una moda, quella degli handclaps dilaganti con tanto di riferimento nei versi («Clap for a nigga with his rapping ass»). Appena sufficiente.

4) Fuckwithmeyouknowigotit [feat. Rick Ross]
Sorpresa sorpresa, un beat decente. Moderno, sinistro e con un basso intrigante. Osanna a Boi-1da. Ma è tutta la canzone ad essere piuttosto bella e il fatto che Jay-Z si faccia di nuovo scippare la scena va a vantaggio della riuscita finale. Chi l’avrebbe mai detto, Rick Ross tira fuori strofa e hook come neanche lui si aspettava. Perché se lascia fare a Jay-Z, questo se ne esce con qualche trito verso sull’Italia («Hov just landed in Rome, nigga / All hail, Caesar’s home, niggas / Chin don, Ciao Bella»). Tutto bene, per carità, ma se la tua migliore canzone finisce per essere quella in cui fa una porca figura quello stronzo di Rick Ross e tu sei ridotto a mera comparsa, al posto tuo qualche domanda me la porrei.

5) Oceans [feat. Frank Ocean]
Il senso della canzone, parola di Frank Ocean, è che, ora sì, siamo sullo yacht, ma questo stesso mare sui cui buttiamo champagne ci portò un tempo schiavi. Sarebbe la canzone sulle vicende razziali dell’America by Jay-Z. Una copia farlocca e alquanto superficiale da Kanye. Il riferimento a Strange Fruit è quantomeno sospetto. Comunque Jay-Z trova anche il modo di dirci che stiamo ascoltando il suo capolavoro, «the magnum opus / the Magna Carta». Più che dirgli che sta sbagiando di grosso vorresti domandargli se davvero sa che cosa sia la Magna Carta. Dato il tema, la produzione è, come prevedibile, fanfarescamente drammatica e su di essa cadono come il cavolo a merenda cascate Vittoria di hi-hats, goffo tentativo di essere fighi.

6) F.U.T.W.
Passiamo alla prossima. Mediocrità assoluta dalla coppia Jay-Z e Timbaland. E pensare che si apre con il primo che sbraita «Just let me be great, just let me be great».

7) Somewhereinamerica
Tralasciando il beat dal sapore jazz, grazie al – o per colpa del – campione tratto da Gangster of Love del musicista blues Johnny “Guitar” Watson, che sa di stantio, la cosa più sconcertante di questa canzone, da mettersi le mani nei capelli contratti in un spasmo d’orrore, è la parte finale, quando Jay-Z prende a ripetere: «Twerk, Miley, twerk!». Probabilmente vorrebbe essere critico nei confronti della recente appropriazione della cultura hip-hop da parte del pop bianco e mainstream, invece riesce soltanto ridicolo, anche perché lo dice come un vecchio pervertito con la bava alla bocca. Per la cronaca, We Can’t Stop di Miley Cyrus è una delle mie canzone preferite dell’anno.

8) Crown
Di per sé non sarebbe male, se non apparisse un disperato tentativo – ancora! – di copiare Kanye.  La riprova in entrambe le strofe: «You in the presence of a king / Scratch that, you in the presence of a God» nella prima; «Bitch asked if I was God / Fuck I’m supposed to say no?» nella seconda. Ma la cosa appare chiara anche nella scelta di campionare un artista reggae/dancehall, in questo caso Sizzla. Complesso di inferiorità.

9) Heaven
Un altro beat dell’anteguerra su cui Jay-Z prende a dire cose sconnesse sulla relegione e gli Illuminati. E poi c’è l’interpolazione di Losing My Religion dei REM. Oddio x2.

10) Versus
Come interludio funziona. Jay-Z appare rinvigorito: «Your last shit ain’t better / Than my first shit / Your best shit /Ain’t better than my worst shit». Sicuro sicuro?

11) Part II (On the Run) [feat. Beyoncé]
È il duetto che aspetti con timore da un momento all’altro. Marito e moglie giocano a rifare i piccioncini dieci anni dopo e immaginano di essere, ancora oggi come allora, Bonnie & Clyde. Che cosa non si fa per impepare cinque anni di matrimonio. È talmente noioso e pieno di clichés che se lo dicono da soli.

12) Beach Is Better
Non credo alle mie orecchie: un beat finalmente con le palle fatto dal produttore del momento Mike Will Made It, artefice di alcune delle mie canzoni preferite quest’anno, tra le quali la solita Miley Cyrus. Troppo bello per essere vero. Infatti Jay-Z, temendo che possa andare a detrimento della bruttezza del suo album, lo usa solo per un interludio.

13) BBC [feat. Nas, Beyoncé, Justin Timberlake, Pharrell, Swizz Beatz & Timbaland]
Ammucchiata generale di tutta la combriccola in uno spudorato plagio di Blurred Lines di Robin Thicke. A produrre c’è lo stesso Pharrell che, risorto dalle proprie ceneri come la Fenice (sì, sto pensando proprio a quella canzone…), è di nuovo onnipresente. Aiuto. Jay-Z si piega pure all’ormai famoso «Britney, bitch». Tristezza.

14) Jay-Z Blue
Sapevi che ti sarebbe toccata pure questa, prima o poi. La canzone dedicata alla figlia sulla paternità. Da evitare come la peste.

15) La Familia
Uomo di mezza età che guarda con compiacimento alla sua famiglia, da intendersi in tutti sensi, più o meno lati, e ai suoi valori sul solito beat datato. Passo.

16) Nickels and Dimes
L’album chiude con Jay-Z in preda ai sensi di colpa dopo che Harry Belafonte l’ha bacchettato accusandolo di non fare nulla per i più poveri. Il beat non fa necessariamente schifo, ma certo come chiusura si poteva scegliere di meglio.

Luca Amicone

Redazione musicale

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