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[RECENSIONE] Jules Not Jude – The Miracle Foundation

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Jules Not Jude (fonte: www.indie-eye.it)

Eccoci davanti ad un album sapientemente leggero. Quando le sovrastrutture si incastrano alla perfezione generano sempre opere apparentemente semplici, che celano una complessità imprescindibile per completare  l’artefizio. Ci sono gruppi che non riescono nell’impresa nell’arco di un’intera carriera, i bresciani Jules Not Jude ci sono riusciti con The Miracle Foundation.
Lo dichiarano addirittura nel titolo della prima traccia: Perfect Pop Song, un po’ pretenziosa ma con la giusta dose di autoironia. Ma non sfoderano subito l’arma più potente, la qualità sale al proseguire delle tracce. Una mossa molto furba, spesso tradita dalla frenesia di molte band (e produttori) di catturare l’attenzione ad ogni costo, sparando le cartucce migliori nella parte iniziale dell’opera.
I JNJ non si limitano a mere imitazioni di sixties pop, e vanno oltre, mettendoci molto del loro, concependo musica che sgorga dalle proprie vene, certo, colme di sangue beatlesiano. Già la copertina rivela in modo esplicito quale sia la natura del loro cordone ombelicale.
La breve durata del disco (8 canzoni) contribuisce ad evitare una sensazione di ridondanza, eliminando il rischio di provocare un retrogusto stucchevole. Le melodie ariose e facilmente memorizzabili (sto cercando di evitare a tutti costi l’odioso aggettivo “orecchiabile”, ma con un album così è quasi impossibile) richiedono un cambio di passo se si vuole un’opera più logorroica; altrimenti, proprio come in The Miracle Foundation, è bene fermarsi in tempo per far rimpiangere l’assenza, piuttosto che stancare per la presenza.

Sono passati tre anni dal loro primo lavoro, All Apples Are Red, Except for Those which Are Not Red, e la crescita artistica è tangibile, nonostante avessero già impressionato positivamente.
Personalmente credo che in Italia dovremmo sentirci fieri di band come i Jules Not Jude, perché in loro possiamo apprezzare un’emancipazione artistica che li distacca dall’etichetta di “musica italiana” e li proietta in una dimensione più mitteleuropea. Non perché ci si debba distaccare dalle proprie origini, ma perché bisogna riconoscere che la capacità di abbattere le barriere, in ambito musicale (e non solo), è una qualità. Purtroppo in Italia molto rara.

Iacopo Galli

Redazione musicale

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