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Recensione: “Jurassic World”

Recensione del film Jurassic World, diretto da Colin Trevorrow. Quarto episodio della saga di Jurassic Park, segue il terzo capitolo a ben 14 anni di distanza.

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Owen (Chris Pratt) in una scena del film

In inglese “to spoil” significa “rovinare”; in ambito cinematografico e narrativo viene definita “spoiler” quella persona che rovina la visione di un film ai potenziali spettatori, o la lettura di un racconto ai potenziali lettori, rivelando loro importanti elementi della trama del film o del libro in questione.

Nel mondo di Jurassic Park lo spoiling è un’attività che da tempo non ha più diritto di cittadinanza. Chiunque abbia visto i tre film che precedono Jurassic World, ma non abbia ancora goduto della visione di quest’ultima gallina dalle uova d’oro prodotta da Steven Spielberg (nel fine settimana d’esordio il film ha già incassato 204 milioni di dollari solo negli USA), non manca di nessuna credenziale per diventare un ottimo spoiler del film.

Dopo una prima pellicola, straordinaria per gli avveniristici effetti speciali e tratta da un romanzo il cui enorme successo riscosso in tutto il mondo è più che meritato, sia Spielberg che Michael Crichton, autore del libro, si sono adagiati sulle onde della popolarità. Così sono nati i primi due sequel. Due storie anonime che non hanno niente a che vedere con l’originale.

Jurassic Park poneva lo spettatore – e prima ancora il lettore – di fronte a una situazione in cui l’elemento fantascientifico era funzionale all’estremizzazione di problemi con i quali la nostra società è chiamata a confrontarsi; lettore e spettatore erano invitati a porsi domande del tipo: “Come dev’essere strutturato il rapporto tra uomo e natura?”, “È legittima la costruzione di una gerarchia tra gli esseri viventi?”, “Esistono dei limiti al potere che una specie può esercitare sulle altre?“.

Jurassic World

Owen (Chris Pratt) e Claire (Bryce Dallas Howard) in una scena del film

Al posto di questi grandi interrogativi Il mondo perduto – Jurassic Park offriva al pubblico una storiella fantascientifica priva di stile e, naturalmente, di alcuno stimolo alla riflessione. Una pomposa ostentazione di effetti speciali. Il terzo capitolo della saga, se possibile, è ancora più vuoto del secondo: il regista Joe Johnston, stimatissimo tecnico degli effetti speciali, realizza un film superficiale e che si limita a recuperare i tratti essenziali delle trame dei due film precedenti, a mescolarli e ad allungare il tutto con una dose abbondante di grossolani effetti speciali. Un film banale quanto il suo titolo: Jurassic Park III.

Ecco, potremmo definire Jurassic World la versione abbrutita del capitolo precedente. Trama arrangiata e ripetitiva: c’è un uomo, bello giovane e buono, che ama i dinosauri ma al contempo è consapevole del fatto che lasciarli scorrazzare in mezzo agli uomini non è proprio una furbata; poi c’è un tipo, bruttino imbecille e opportunista, che nei lucertoloni ritrascinati alla vita vede solo fonte di guadagno. Il primo sa vita, morte e miracoli di ogni specie di dinosauri, il secondo invece è terribilmente ignorante in materia; purtroppo il buono non ha alcun potere, mentre il cattivo ha il controllo del parco e, dopo la prima mezz’ora del film, trascorsa a litigare con il buono, fa qualche scemenza, a seguito della quale i visitatori del Jurassic World non saranno più al sicuro.

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Claire (Bryce Dallas Howard) in una scena del film

La pellicola non tradisce le aspettative e merita perciò un solo aggettivo: prevedibile. Ma Jurassic World è anche peggio, se possibile, perché non contiene alcuna autoironia circa la propria imbarazzante prevedibilità; al contrario crede di farsi bello con i propri effetti, sempre più fenomenali e sempre meno speciali, come fosse uno spettacolo pirotecnico anziché un film.

Quei poveri dinosauri ce la mettono proprio tutta per supplire alla sciatteria del regista e alle insignificanti performance degli attori e per dare vita a un film nato morto, ma restano la bruttissima imitazione di carri di Carnevale raffazzonati dopo un’acquazzone. Il film nel suo complesso, è solo una vecchia pressa che, oliata dalla mano di un esperto di marketing piuttosto che da quella di un ingegnoso artista, riesce ancora a coniare monete. Tante monete.

“In ogni film cerco qualcosa da amare. Mi basta anche un dettaglio. C’è sempre qualcosa, deve esserci”. Questa variazione su una delle più toccanti battute di Chloe (Atom Egoyan, 2009) non trova la sua eccezione in Jurassic World solo grazie a un particolare che, nella sua assurdità, forse divertirà lo spettatore: Bryce Dallas Howard che scappa da un Tyrannosaurus Rex sui tacchi. Non c’è motivo di stupirsi: tutti gli esemplari di dinosauro presenti sull’Isla Nublar sono femmine!

Buona visione!

Gabriele Flamigni per Radioeco

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