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[RECENSIONE] Justin Timberlake – The 20/20 Experience

Dopo il discutibile ritorno di Bowie, questo mese riabbracciamo, come il padre misericordioso fa con il figliol prodigo, anche Justin Timberlake, precedentemente smarritosi tra i set di Hollywood.  Ancora una volta accompagnato dal fedele Timbaland, il suo ritorno, punteggiato di continui sviamenti, non è all’altezza delle aspettative, senza nemmeno essere troppo brutto. Poi, voglio dire, quand’è l’ultima volta che Timbalad ha ricacciato un beat decente? Eh, appunto, tanto tempo fa.

L’album, The 20/20 Experience, come si confà alle grandi occasioni, è estremamente lussuoso nella produzione e oltremodo ambizioso, se solo si consideri che otto delle dieci canzoni superano i sei minuti e che tutte sono dotate di introduzione e coda, tanto che ognuna di esse è al minimo una e trina. Si sarebbero potuti riempire tre album diversi, invece si è ammassato tutto dentro a uno solo, sperando che l’abbondanza di cose mascherasse la mancanza di idee. Inevitabile è la sensazione di vuotezza che si percepisce a ogni angolo, come se le tracce andassero avanti all’infinito per inerzia, senza sapere dove. Le offerte 3×2 funzionano soltanto al supermercato.

Le cose buone tuttavia non mancano, ma, proprio per la natura stessa dell’album, vanno colte qua e là, nella coda di una canzone, per esempio, o nel break di un’altra. Le tracce davvero convincenti nella loro interezza sono davvero poche, dal momento che irrimediabilmente finiscono per afflosciarsi da qualche parte. In genere le code, che durano anche qualche minuto, sono migliori del corpo principale della canzone, salvata così in extremis. E già questo la dice lunga.

Il disco inoltre è tediosamente autocelebrativo. Dal punto di vista musicale non fa altro che riprendere e aggiornare i suoni del periodo d’oro della collaborazione tra i Timbs, aggiungendoci archi e fiati a profusione per produrre un suono opulento, con lo scopo di meglio vendere il brand di lusso che è JT. Altamente lussuose, ma per nulla entusiasmanti, sono per esempio la traccia d’apertura, Pusher Lover Girl, e That Girl, dall’ascendenza anni ’70, armamentario doo-wop incluso. Pusher Lover Girl, che riprende l’abusata metafora dell’amore come droga, si innalza solo nei ritmi sincopati, che fanno a pezzi le parole di Justin, della coda, comunque troppo lunga per via dell’elenco di tutte le droghe fuorilegge che neanche alla DEA.

Lussuosa è anche la salsa irrefrenabile di Let the Groove Get In con la sua strumentazione afro-cubana, che prima ti fa credere che c’è ancora vita, poi ti annoia a morte quando va avanti all’infinito ripetendo in continuazione la stessa frase.

Nel cestino dei rifiuti finisce dritto Jay-Z – inutile, insignificante e svogliato –, che affossa Suit & Tie, singolo di lancio di media bellezza, in cui brilla soprattutto l’introduzione scandita da percussioni secche e rare su cui Justin canta «Can I show you a few things?» come solo lui sa. Da buttare è anche la coda di Strawberry Bubblegum, altrimenti tanto delicata e caruccia. Justin infatti si premura di svelare la metafora su cui è costruita la canzone, ripetendo in falsetto: «If you’d be strawberry bubblegum / Then I’d be your blueberry lollipop». Allora, è vero pure che per dire cose del genere ci vuole la faccia giusta, e tu Justin ce l’hai, ma non credi che per una volta sarebbe stato meglio tacere e lasciare tutto all’immaginazione?

Il ridicolo è sfiorato pure nell’eccessivamente sdolcinata Spaceship Coupe in cui si parla di una decoupé intergallatica in cui c’è spazio solo per due. Gli ooh-ooh-ooh cadono come una spolverata di zucchero a velo. Il tutto risulta o indigesto o dolcissimo, a seconda dei gusti. La coda con i gemiti che diventano sirene non è male, però.

Tunnel Vision, 100% Timbaland, caratterizzata dall’ottimo sample intrecciato al beat, se la cava sebbene a tratti sia un po’ noiosa. Pure Mirrors riprende da dove Justin aveva lasciato. Funziona come Cry Me a River, per intenderci, e la coda con il sample «You are the love of my life» è splendida.

Molto bella è Don’t Hold the Wall, una delle poche canzoni totalmente riuscite. Anche questa tipicamente timbalandiana, si snoda tra ritmi orientali e suoni arabeggianti, piegandosi, velata dai bassi, in vari break ben fatti. Anche in questo caso è ottima la coda.

La cosa più sorprendente però è la traccia di chiusura, Blue Ocean Floor, totalmente priva di beat a parte qualche rado colpo sordo, sommersa dalla onde sotto cui si riverbera come un segnale il battito cardiaco dell’amata. È stata paragonata in egual misura a Radiohead e a Frank Ocean. Nonostante non straveda per nessuno dei due, questa canzone mi piace. Miracoli del pop.

Luca Amicone

Redazione musicale

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