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[RECENSIONE] Kanye West – Yeezus

Kanye West è forse il più famoso e osannato rapper al mondo e, arrivato al sesto album, il più aggressivo e duro, può ben dirsi un dio in Yeezus, la cui assonanza con un altro nome famoso non lascia spazio ai fraintendimenti. Purtroppo il suo album, per quanto buono e solido, è ben lontano dalla perfezione del creato. Quand’anche la critica voglia farmi credere il contrario, alla fine dell’anno non sarà nella lista dei miei album preferiti.

Tra innumerabili produttori – tra cui ancora loro, i Daft Punk, comunque come tutti sotto la supervisione di Rick Rubin –, collaborazioni, campionamenti e influenze – dalla house all’industrial, passando per la dancehall –, l’album è stipato fino all’inverosimile degli elementi più disparati, tutti compressi però in un prodotto finale estremamente conciso, dieci canzoni per soli quaranta minuti di durata. L’amalgama tuttavia è ben al di qua dall’essere omogeneo. Tutti i singoli componenti sono volutamente lasciati in bella mostra, ben visibili sono i punti di sutura che legano le diverse membra di questo Frankenstein. Così gli inserti si inseriscono ex abrupto e spezzano l’andamento atteso della canzone, un taglia e cuci che – inevitabilmente – più che giungere a qualcosa di creativo ricontestualizza i vari elementi, portati in nuovi contesti o a significare cose diverse da quelle di partenza.

Questo, per esempio, è il caso di Strange Fruit, canzone simbolo contro il linciaggio dei neri portata al successo da Billie Holiday, che, campionata nella versione di Nina Simone, viene utilizzata in Blood on the Leaves, centro dell’album e traccia più lunga (sei minuti), per tematiche invece estremamente personali e private. Una delle mie tracce preferite, sebbene imperfetta. La prima parte è magnifica, coinvolge, sorretta dal piano, già dalla prima strofa, per mezzo di un efficace utilizzo del sample e di Autotune, e raggiunge il climax emotivo nella seconda, quando cala giù R U Ready di TNGHT – Hudson Mohawke è un altro degli importanti produttori dell’album. Da lì in poi cerca di reggere quella tensione, ma, se all’inizio ci riesce pure, al quarto minuto ha già detto tutto ciò che doveva dire.

Dal punto di vista schiettamente musicale il risultato complessivo è tutto sommato convincente e lo è sempre di più via via che ci si addentra nell’album. Tanto per fare dei nomi, ai Daft Punk perferisco Arca. Le prime tracce, quelle più rumorose e picchiaduro, infatti, mi lasciano piuttosto tiepido – forse qualche punto in più concederei a I Am a God per il basso e gli urli paranoici –, qualora non mi paiano addirittura trascurabili come Black Skinhead, infarcita tanto di facilonerie da quattro soldi quanto di errori storici («I keep it 300 like the Romans», certo…), e mi sembra che l’album cominci davvero a ingranare da Hold My Liquor in poi, quando cioè al rumore (per dire, l’ultima M.I.A. ha fatto un lavoro decisamente migliore) subentrano atmosfere fuori fuoco come quelle del cloud-rap (Chief Keef nell’hook dell’ultima traccia citata suona meravigliosamente bene) e forti elementi dancehall, probabilmente i più interessanti in assoluto. Ne sono ottimi esempi I’m in It e Guilt Trip, in cui si sente la voce di Popcaan.

A proposito, invece, delle strofe di Kanye più di qualche dubbio resta. Innanzitutto il messaggio veicolato nel corso delle tracce risulta spesso confuso e contradditorio, se non addirittura frutto di una mera posa, a partire dal problema razziale e da quello riguardante vecchie e nuove schiavitù. Come fa lo stesso rapper che si presenta quasi come nuovo aggressivo Malcom X in tracce come New Slaves o Black Skinhead poi a dire, parlando di donne, cose di cattivo gusto come «Gotta keep ‘em separated, I call that apartheid» (Blood on the Leaves) o «Put my fist in her like a civil rights sign» (I’m in It), ovvero cose razziste come «Eating Asian pussy, all I need was sweet and sour sauce» (sempre I’m in It)? E queste citazioni ci presentano anche un altro tema ricorrente, quello misogino. Ora, è vero che un po’ tutto l’hip-hop è così, prendere o lasciare, ma se qualche volta si evitasse e soprattutto non si eccedesse (si veda il recente caso dei versi di Rick Ross su uno stupro) non sarebbe male. Per non parlare della sindrome di Calimero da cui Kanye è affetto, come se tutto il mondo ce l’avesse con lui. Sarà pure crisi di mezza età, ma non mi pare francamente il caso…

Sconcerto destano anche i versi più incisivi che, se innocui nel loro contesto originario, svincolati da questo e replicati su mille profili Facebook e Twitter potrebbero causare qualche brutto fraintendimento. Mi riferisco agli ormai famosi «Hurry up with my damn croissants» – immaginatelo rivolto a un povero cameriere sottopagato – o «You see there’s leaders and there’s followers / But I’d rather be a dick than a swallower», che mi pare abbia un brutto sottotesto maschilista e omofobo.

Non è sorprendente a questo punto che la traccia più bella sia la meno pretenziosa di tutte, Send It Up, basso da urlo e hook perfetto. Dopo di lei rimane solo Bound 2 a chiudere su un tono old-school decisamente estraneo a quanto è preceduto un album bello più sì che no, imperfetto e pieno di interrogativi irrisolti.

Luca Amicone

Redazione musicale

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