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Recensione: Kingsman – The Secret Service

Recensione: Kingsman – The Secret Service. E state certi che noi, nello sparare critiche, non saremo poi tanto dei gentleman.

downloadSaranno almeno due giorni che mi ritrovo a scrivere e a cancellare questo articolo. I dubbi che mi attanagliano sin dall’uscita dalla sala non sembrano avere alcuna intenzione di dissolversi. E allora eccomi qui, dinnanzi a uno schermo del pc a continuarmi a chiedere, manco fossi l’Amleto dei poveri, se Kingsman mi sia piaciuto o meno. Essere o non essere un film strafigo? Questo è il problema. E signori, sì, per una come me che vede o il bianco, o il nero (con tanti cari saluti alle vostre tanto decantate 50 sfumature di grigio) non riuscire a capire se un film come questo lo devo deporre nella casella dei film “capolavoro”, o in quella del “ti prego, un lassativo funziona di meno”, è un bel grattacapo.
Quello che mi sento con sicurezza di affermare è  che il problema di fondo dell’ultima opera di quel geniaccio di Matthew Vaughn (molto probabilmente conosciuto dalle vostre madri, o dalle parenti frequentatrici di quei saloni di bellezza tutti “tagli e letture di giornaletti scandalistici” come il “marito di Claudia Shiffer”) debba essere ritrovato nella storia. Tratto come Kick Ass da un fumetto (The Secret Service di Mark Millar e Dave Gibbons) l’intreccio ruota tutto attorno al giovane Eggsy, il quale, diciassette anni dopo la scomparsa del padre, si ritrova a seguirne le orme all’interno della società segreta dei Kingsman. Al suo fianco potrà vantare, in qualità di mentore e maestro, uno dei migliori agenti dei Kingsman, sir Lancillotto, interpretato da un super cazzuttissimo (passatemi il francesismo) Colin Firth. Durante il duro addrestamento, volto a eleggere il nuovo membro dei Kingsman, la società dovrà avere a che fare con il tanto perfido, quanto vanesio, Valentine, (interpretato dall’onnipresente Samuel L. Jackson, che oramai con film di questo genere ci va a nozze) il quale, con l’intento di sterminare parte della popolazione umana, ha escogitato delle sim speciali che trasmettendo onde in grado di far impazzire le persone, spingeranno chiunque ne sia entrato in possesso ad uccidersi l’un l’altro.
Di primo acchito, la storia si presenterebbe sulla carta come un’opera avvincente, spettacolare, in grado di offrire al giovane regista la possibilità di dare sfogo a quella sua particolarissima vena pop, mista a un gusto splatter, e che tanto ci ha gasato con pellicole del calibro di Kick Ass e X-Men First Class. Il problema, ripeto, non sta però nella regia, bensì nella scrittura dell’opera. La sceneggiatura si trova piena zeppa di clichè narrativi triti e ritriti, il che non fa altro che rendere i punti di svolta dell’intreccio del tutto prevedibili. “Ma prevedibili quanto?”,  vi chiederete voi. Beh, prevedibili del tipo che ti sei seduto sulla poltrona da cinque minuti e sai già come la storia andrà a finire centoquindici minuti dopo.

Per fortuna a dare risalto al film è, come già accennato poc’anzi, la regia di Vaughn. Le scelte registiche portate avanti da Vaughn qui sono incommensurabili. Siamo nel territorio dei geni visionari, di quelli che senza tante chiacchere e battutine, riescono solo con una sequenza di immagini a gasarti e a portarti l’adrenalina a mille. I metodi di ripresa sembrano un ibrido nato dalla commistione dell’uso del Go-Pro e della soggettiva tipica dei videogiochi. L’accurato studio di quando risultasse più appropriato utilizzare gli effetti di ralenti, e quando di accelerazione durante le scene d’azione sono la ciliegina sulla torta. Per non parlare per lo zoom in avanti compiuto quando meno ce lo si aspetta dalla macchina da presa; una vera bomba. Come già aveva sperimentato in Kick Ass, anche qui Vaughn punta su un uso totalmente asincrono della colonna sonora, e credetemi che quando vi dico che questo contrasto tra musica e immagini nelle scene di azione (e quando dico azione, parlo di sangue che fiotta da tutte le parti) vi farà rimanere incollati allo schermo con la bocca aperta, non scherzo. Sono momenti in cui Vaughn riesce, alla pari forse solo di quanto fatto prima di lui da Quentin Tarantino, o Stanley Kubrick (Arancia Meccanica vi dice niente?), a rasentare il sublime, nell’accezione più romantica del termine.

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“E allora, perché diamine non ti è piaciuto?”, starete pensando. E che ne so, vi rispondo. So soltanto che Colin Firth finalmente è riuscito a discostarsi da quell’immagine di uomo bonaccione e dolcioso, e lo ha fatto puntando proprio sulla sovversione psicologica (e non esteriore) di quell’aspetto che ce lo ha fatto così tanto amare: il suo essere un perfetto gentleman inglese.
Dovessi dare un voto a Kingsman, credo che punterei su un sei e mezzo. Non è un capolavoro, e sicuramente nel mio giudizio ha influito un’attesa e un’aspettativa talmente alta che data la debolezza della sceneggiatura, non è riuscita a essere soddisfatta. La regia e le performance attoriali del cast hanno salvato un’opera che altrimenti sarebbe stata destinata a scoppiare. Proprio come certe teste. Ah, scusate, spoiler. Ora però non chiamate i Kingsman per punirmi.

Elisa Torsiello per Radioeco

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