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[Recensione] La Teoria del Tutto – la storia di Stephen Hawking

Stephen Hawking è una delle menti astrofisiche più grandi del XX secolo e vista la sua storia e la sua vita funestata dalla malattia, che a detta dei medici di allora doveva portarcelo via in due anni, un biopic di questo genio ultrasettantenne pieno di vita era doveroso. Sopratutto adesso che il cinema biografico ha un così largo seguito, basti pensare ai vari The Imitation Game, 12 Anni Schiavo o Mr.Turner, solo per citarne alcuni.

Tutto ha inizio a Cambridge nel 1963: Stephen Hawking è uno dei più brillanti studenti di Fisica della rinomata Università a cui viene diagnosticata una rara malattia degenerativa neurologica che secondo i medici non dovrebbe lasciargli molto da vivere. Dopo un primo momento di sconforto Stephen, con l’appoggio della fidanzata Jane e degli amici, riesce a terminare gli studi, a teorizzare una nuova idea sull’inizio e fine dell’universo, e ha il coraggio di mettere su famiglia con moglie e figli, nonostante il progressivo peggioramento della sua salute.

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Basato sulla biografia della ex-moglie Verso L’Infinito, il regista James Marsh ha scelto di rappresentare la parte intima e famigliare della vita di Hawking con l’inevitabile trasposizione del suo travaglio fisico e umano tralasciando quasi completamente la parte accademica e le idee di uno dei maggiori geni dei nostri tempi. Non si può raccontare un personaggio così importante senza mettere in primo piano quello che ha lasciato alla scienza e le sue teorie rivoluzionarie che appaiono nella pellicola come contorni marginali. Oltre ad una massiccia dose d’evitabile romanticismo e inevitabile dramma, si nota quindi una cospicua quantità di superficialità narrativa che porta, ad esempio, a non fare cenni, né a livello scenico né a livello puramente informativo, sul fatto che Hawking sia stato insegnante di Cambridge per 30 anni nonostante le sue condizioni. Alla fine del genio rimane poco.

Il film trova salvezza dalla sua mediocre sceneggiatura grazie alle grandi interpretazioni di Eddie Redmayne e Felicity Jones, che rendono perfettamente il meglio dei protagonisti di questa storia. Specialmente l’attore londinese – vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar come “Miglior attore protagonista” – spicca per un’interpretazione intensa, trasformista e che non risulta patetica o fastidiosa nella sua evidenziazione del dramma. Lo stesso Hawking guardando il film ha ammirato la recitazione di Redmayne arrivando ad affermare che «in certi momenti pensavo di essere davvero io sullo schermo». Dopo un tributo tale credo che non ci sia altro da dire.

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Con una sequenza finale inevitabilmente commovente, buona, e in qualche modo originale, alla fine il film una sufficienza più che piena la raggiunge ma il sentimento di delusione è palpabile e alto, in virtù del fatto che c’era tutto per fare un’opera di ottima qualità a 360°. Ottimi attori, un buon regista e una storia reale drammatica e affascinante. Un vero peccato cinematografico.

Giacomo Corsetti per RadioEco

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