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Recensione Macbeth. L’essenza della tragedia nello sguardo di Fassbender

Tra il rosso sangue e il nero mortifero, tra la calma sensuale e manipolatrice di Marion Cotillard e lo sguardo sublime di Michael Fassbender si nasconde la vera essenza della tragedia per antonomasia di William Shakespeare. Ecco cosa ne pensiamo dell’ultimo adattamento di Macbeth firmato Justin Kurzel.

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Recensione Macbeth di Elisa Torsiello.

Vi sono uomini il cui nome, scalfito nelle rocce dell’olimpo delle arti, li ha resi immortali. Sono uomini che coi loro romanzi, film, sinfonie, si sono visti spalancare le porte di un nuovo Valhalla, un luogo abitato non più da soldati coraggiosi, ma da nuovi eroi, la cui forza si ritrova nelle loro menti e fantasie. William Shakespeare è uno di questi uomini. Anche oggi, a 400 anni dalla sua morte, le sue opere non solo continuano a essere tra le più citate e amate, ma costituiscono ancora la principale linfa vitale da cui, oltre al teatro, si abbeverano tutti i tipi di arte: pittura, cinema e perfino musica (si pensi a Verdi). Le sue opere superano le barriere spazio-temporali, si spogliano dell’abito candido fatto di pagine con cui sono state donate all’immortalità per poter viaggiare libere come immagini in movimento nelle nostre menti. Si permea in loro un sostrato di attualità che le rende comprensibili da qualsiasi lettore di epoca e paese. Si basano su vizi, virtù, pregi e difetti che non hanno età, perché hanno fatto e sempre faranno parte dell’essere umano. Non è certo un caso dunque se in un momento storico in cui il mondo è ancora una volta pervaso dalla cupidigia e dalla sete di potere, tra i tanti drammi shakespeariani i produttori puntino a realizzare, sia al cinema che a teatro, oltre all’Amleto, il Macbeth.

L’ultimo in ordine di tempo a prendere coraggiosamente l’eredità di registi come Kurosawa e Orson Welles e riportare sul grande schermo la storia del valoroso Macbeth, il quale spinto dalla profezia delle streghe e dall’ambizione della moglie si macchia del sangue di vittime innocenti pur di divenire e poi rimanere re di Scozia, è stato il regista australiano Justin Kurzel. Nel film di Kurzel non sembra esservi alcun tentativo di discostamento dall’opera di Shakespeare. I luoghi, i dialoghi così fedeli agli originali, perfino la polvere e la pioggia rese in maniera così tangibile, tutto sembra essere uscito direttamente dalle pagine del testo e trasportate sul grande schermo. Ciò non deve essere a mio parere interpretato come una mancanza di quel coraggio che tanto ha pervaso i capolavori di Welles e Kurosawa, quanto un semplice e sincero omaggio a Shakespeare. Mi è capitato spesso di leggere un messaggio promozionale che voleva questo film come “la storia di Macbeth ai tempi di Game of Thrones”. Ma della saga di George R. R. Martin qui non sembra esservi traccia. Ciò che abbiamo dinnanzi a noi non è altro che la vera essenza di Shakespeare. Sfruttando un mezzo come quello cinematografico, Kurzel, privilegiando inquadrature in campo lungo, ha potuto dare forma e consistenza a tutti quei spazi così vasti, brulli e tempestosi che solo l’immaginazione dello spettatore a teatro poteva colmare. Sono spazi aridi e sterili, proprio come l’anima di Macbeth e il ventre di Lady Macbeth. Anche gli interni appaiono infiniti, in modo da schiacciare i personaggi sotto il peso delle loro colpe. Inoltre l’uso di falsi raccordi, dove la continuità sonora del dialogo non combacia con le immagini visive, e gli scavalcamenti di campo nelle scene di lotta, sono la rappresentazione visiva dell’incertezza e della confusione che sta lacerando Macbeth. Allo stesso modo l’uso dei primi piani sul volto di Fassbender stanno a sottolineare, in tutta la loro carica emotiva, l’imminente profilarsi nel personaggio di Macbeth della diabolica accettazione di farsi complice del misfatto ordito dalla moglie. Forte di una fotografia esteticamente d’impatto ad opera di Adam Arkapav in grado di tradurre visivamente, col solo alternarsi dei colori rosso sangue e nero funereo, i mutamenti psicologici del protagonista, il Macbeth firmato da Kurzel è la trasposizione fedele, ma non per questo meno empaticamente sconvolgente, della tragedia di Shakespeare; una trasposizione talmente accurata dove perfino l’attore designato al ruolo di protagonista risulta essere la più degna e legittima incarnazione del tormentato Macbeth.

Tutta la produzione del genio di Stratford-upon-Avon è intessuta di un potente concetto metateatrale che vorrebbe il mondo come «un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori». Il vedere il teatro come specchio del mondo, dove il microcosmo portato sul palco si riflette nel macrocosmo che vive al di fuori di quelle mura, si ritrova anche in Macbeth, sia in maniera più esplicita attraverso la famigerata battuta «la vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico» (Atto V, scena 5), sia in maniera più implicita. Più che un attore Macbeth è infatti una marionetta manipolata dalle ambizioni della moglie, mera regista di questo spettacolo dell’orrore. Si sentiva forte pertanto la necessità di trovare un attore capace di esprimere sul proprio volto le mutazioni del personaggio di Macbeth, i segni derivanti dalla sua corsa verso la dannazione eterna, i cambiamenti nell’uomo che da soldato valoroso e fedele al re, si trasforma nella sua nemesi, nel regicida assetato di sangue. Kurzel si è dimostrato pertanto bravo ad avvalersi di un attore come Michael Fassbender, il quale aveva già avuto modo di dimostrare il suo enorme talento proprio interpretando personaggi machiavellici e spietati. Come con Edwin Epps in 12 Anni Schiavo, o con Magneto nella saga degli X-Men, torna nell’interpretazione di Macbeth il sorriso malefico, ma altrettanto sublime (nel senso kantiano del termine) con cui Fassbender incanta i propri spettatori, trascinandoli nella spirale di pazzia e tormenti che assalgono il suo personaggio. È un sorriso che incute timore, atterrisce, fa paura, ma dal quale è impossibile distaccarsi: è magneticamente attrattivo. Per quanta oscurità esso celi, ci richiama a sé, ci fa diventare complici della sua ira. Fassbender dimostra nuovamente che non c’è bisogno di un overacting per rappresentare la pazzia o l’ira che si fa spazio nell’animo del proprio personaggio lacerandolo; per fare tutto ciò basta uno sguardo. Si prendi la visione del fantasma di Banquo durante la scena del banchetto. Il Macbeth di Fassbender non salta sulla tavola indicando con gesti marcati l’ombra dell’amico da lui fatto uccidere come ha fatto Kenneth Branagh nella sua rappresentazione teatrale. A Fassbender basta uno sguardo impaurito, dei gesti corporei impercettibili per caricare il momento di timore e follia. Se «sangue chiama sangue», potremmo dire in questo caso che talento chiama talento, e allora ecco che ad affiancare un perfetto Fassbender vi è un’altrettanta egregia Marion Cotillard nei panni di una Lady Macbeth inusuale. Nella sua interpretazione manca del tutto quella recitazione così ostentata e marcata con cui siamo stati abituati a immaginare questo personaggio. È nella pacatezza, negli sguardi fissi nel vuoto, nella voce mesta con cui Lady Macbeth pronuncia parole cariche di odio che è da ricercare la vera anima demoniaca del personaggio. Marion Cotillard dà vita a una Lady Macbeth sensuale, una serpe che nella calma e nella quiete apparente striscia, lasciando sangue e morte dietro di sé; un innesto demoniaco in grado di circuire la mente del marito con la sua voce dolce e calda, perché riscaldata dal sangue delle future vittime.

Mi sento di promuovere a pieni voti il tentativo di Kurzel di omaggiare il vero Shakespeare, cercando di far respirare in una sala cinematografica l’odore del teatro.

E ora. A letto.

 

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