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[Recensione] Magic in the Moonlight

magic-in-the-moonlight-woody-allen-emma-stone-colin-firthChe Magic in the Moonlight sia un film originato dalla mente di Woody Allen lo si può desumere da vari elementi:

1) La presenza di un personaggio nevrotico, agnostico, che vede il mondo esclusivamente da un punto di vista razionale e, pertanto, si dimostra poco incline a far entrare nella sua vita sia il mondo spirituale che quello dell’occulto.

2) Lo svolgimento della trama narrativa è interamente supportato da un’infinita serie di dialoghi e di battibecchi messi in gioco dai protagonisti, piuttosto che dal compimento di azioni.

3) Il rimando – per ambientazione e accenni al mondo della magia e del paranormale  – ad altre opere recenti di Woody Allen, quali Midnight in Paris, Scoop e Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni.

Passino i primi due punti, oramai divenuti dei capisaldi nella carriera del Woody Allen regista, tanto da favorire la resa di semplici film quali Io e Annie, Harry a Pezzi, o Blue Jasmine, tramutandoli in capolavori intramontabili. Per quanto riguarda il terzo punto, invece, ad Allen non ha di certo giovato il “trucco” della minestra riscaldata. Troppo forte il confronto sia con Midnight in Paris che con Scoop, e non sorprende, se ad uscirne svantaggiato (vuoi anche perché debole di una storia troppo semplice e prevedibile)  sia proprio l’ultimo uscito, ossia Magic in the Moonlight. È risaputo che Allen realizzi film come una sorta di terapia; ecco spiegato il perché ogni anno ci ritroviamo in cartellone un suo nuovo film. Quello che oramai sembra altrettanto palese ultimamente, è il seguire, da parte del regista newyorchese, una sorta di preciso schema; un mantra secondo cui, nel giro di 365 giorni, a un film capolavoro ne segue un altro abbastanza deludente. E così via all’infinito.

È successo con ScoopSogni e Delitti; è successo con Midnight in Paris seguito dall’imbarazzante To Rome with Love; è successo ora con Blue Jasmine seguito da Magic in the Moonlight.

La storia dell’ultima fatica di Allen, come si diceva, è abbastanza sempliciotta, nonostante sia infarcita comunque dai soliti guizzi di genio dal sapore di nichilismo acido, tipici dell’Allen che conta, e rei di sollevare momentaneamente lo spettatore dalla monotonia di dialoghi ripetitivi che fanno da traino a dei risvolti narrativi prevedibili; ma di cosa parla Magic in the Moonlight? Siamo nell’anno 1928. Un prestigiatore inglese, Stenley Crawford (interpretato da Colin Firth) si esibisce nei teatri di tutto il mondo vestito da uomo orientale e facendosi chiamare Wei Ling Soo. Ogni volta, alla fine di ogni suo spettacolo, riesce a lasciare il proprio pubblico a bocca aperta. I suoi trucchi sono inimitabili e la sua fama lo precede. Dopo una performance a Berlino a Stanley, gentiluomo cinico e perennemente in conflitto col mondo degli spiriti, viene fatta una proposta che non può di certo rifiutare: smascherare una giovane ragazza, tale Sophie Baker (Emma Stone) la quale si ritrova impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza sulla riviera francese della Costa Azzurra, facendosi passare come medium dai poteri straordinari.

Come l’intreccio si sviluppi nel corso della storia non è di certo mio intento spoilerarvelo. Vi posso solo dire che sì, probabilmente quello che state immaginando possa accadere alla fine, combacia con il reale risvolto della storia.

Dato il mio alto grado di delusione all’uscita della sala, avrei voluto tanto sollevare il mio animo spendendo parole di elogio almeno per le interpretazioni di Colin Firth e Emma Stone; già, avrei voluto. Neanche queste sono state all’altezza delle mie aspettative. Ancora una volta si è potuto dimostrare come l’avere a disposizione alcuni dei migliori talenti in circolazione, non significa per un regista avere il successo assicurato e tanto meno rimanere immune dalle critiche e dalle smorfiette di delusione che ad alcuni spettatori (me in primis) sono comparse (quelle sì) magicamente sul viso.

Non che le interpretazioni di Colin Firth e di Emma Stone siano da scarnificare in toto. Anzi. Colin è riuscito nel difficile intento di dare corpo all’acidità misantropa e nichilista che sta alla base del sarcasmo di Woody Allen, senza per questo cadere nel banale, o rendere il proprio personaggio odioso e del tutto antipatico. Si prova una certa dose di tenerezza nei confronti di Stanley, anche se bisogna ammetterlo, si tratta questo di un sentimento che, date le pieghe che, in alcuni punti, prende la storia, è del tutto fuori luogo. Il fatto è che per quanto Colin ci provi, non ci riesce proprio ad essere antipatico; è troppo “carino e coccoloso” per risulare totalmente credibile nei panni di un così nevrotico e insopportabile personaggio. Per quanto riguarda Emma, la ragazza mostra ancora una volta il proprio talento, anche se mi trovo nuovamente a notare una certa esagerazione nella messa in scena dei suoi personaggi. 46876870-00b4-11e4-8a43-db18d12c768c_magic-in-the-moonlightEmma sembra portarli costantemente al limite; rende labile il confine tra il credibile e il grottesco, col rischio di cadere proprio nel ridicolo. La scene delle “nebulose visioni” di Sophie e delle sue sensazioni da sensitiva ne sono un chiaro esempio.

 

Niente da dire, invece, per quanto riguarda il montaggio e la regia, sempre molto elegante e semplice, privo di fronzoli e in perfetta linea con il tipo di storia raccontata.

La scenografia ovviamente non può non far sorgere nell’animo dello spettatore quel senso di nostalgia di età passate che già Allen aveva sperimentato con Midnight in Paris. I vestiti, le acconciature, perfino i drink e gli odori che sembrano traspirare dalla tela, sanno dello stesso sapore che pare inebriarci quando ci troviamo a stretto contatto coi romanzi di Francis Scott Fitzgerald. Se poi il tutto viene posto sullo sfondo di un luogo incantato come la Costa Azzurra, con le  sue strade che corrono al limite del precipizio, i suoi colori ammallianti e il mare sempre presente come unica certezza, ecco che l’occhio dello spettatore si sente rapito e impotente di fonte a cotanta bellezza. Bellezza che purtroppo non si è riscontrata altrove in Magic in the Moonlight. Si tratta questo di un film senza arte né parte, che purtroppo non rimarrà di certo negli annali della storia del cinema, men che meno sarà ricordato come uno dei capolavori più belli di Allen.

Ma tranquillo Woody, noi ti si vuole bene lo stesso. Tanto a rigor di logica il 2015 sarà l’anno del capolavoro. A noi non ci resta che aspettare.

Elisa Torsiello per Radioeco

 

 

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