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Recensione: Master Of None

In Master Of None, Aziz Ansari è Dev Shah, protagonista di questa nuova dramedy targata Netflix. La serie racconta le vicende di un attore di spot, perso in una New York fatta di scelte: Dev passa le giornate a crogiolarsi tra bevute e uscite con gli amici, il recupero dell’ennesima serie televisiva, e la ricerca della ragazza perfetta. Ha tante domande sulla vita  ma nessuna risposta. Come biasimarlo? Alla fine Dev si affida sempre ai social per scegliere persino dove andare a mangiare, pertanto è lecito che non sappia come sarà la sua vita fra un giorno, un mese o un anno.

Master Of None è prima di tutto manifesto di una generazione, quella di chi si avvicina ai trent’anni, ma non solo; è atipicamente una non-storia: la trama non è orizzontale e lo spettatore segue una vicenda episodica, quasi autoconclusiva, che acquisterà senso solo verso il finale. È come se il resto accadesse fuori dallo schermo  ma, episodio dopo episodio, noi ne fossimo comunque partecipi perché nulla alla fine risulta distaccato e fuori posto, neanche il pretesto di utilizzare un intero episodio per affrontare i temi più disparati e cari all’attore Aziz Ansari. Lui nasce grazie a quel gioiellino di comedy che fu Parks And Recreations ma non bisogna dimenticarsi che è innanzitutto uno stand up comedian e molto dei suoi spettacoli viene ripreso in questa serie. Si parte dall’immigrazione nel secondo episodio, con un divertente quanto geniale opening che coinvolge i genitori di Dev (tra l’altro interpretati dai veri genitori dell’attore!) fino ad arrivare alla stereotipizzazione televisiva nel quinto episodio. Così Master Of None ci conquista fin da subito, nel suo essere così amaro a volte, senza però far trapelare tutto ciò grazie ad una leggerezza nella narrazione che definire disarmante è ben poco.

Ma di cosa parla realmente questa serie? Parla di quel momento in cui si sta per attraversare un confine che da un lato vede uno sbandamento fatto di social, e dall’altro la paura del domani, dell’impegnarsi, dell’avere delle priorità. Aziz sembra un moderno Woody Allen: il comico che interpreta se stesso e che inserisce i suoi problemi e le sue ossessioni nella quotidianità del suo alter ego, e per rimanere in tema serialità televisiva, molto simile allo stile di Louis C.K. C’è una ragazza, all’inizio del primo episodio, quella che sembra essere solo l’ennesima “one night stand”, e che potrebbe o non potrebbe diventare una futura anima gemella. Subito questo dubbio non ci interessa, non se lo chiede neanche Dev, lo veniamo a scoprire solo a metà stagione in cui il racconto inizia (come avevo già detto) ad avere un senso e a compiersi a pieno negli ultimi due episodi con una menzione speciale per il penultimo e fantastico “bottle-episode” (per intenderci, un episodio che si svolge in un’unica location).

23442288 Qui sta tutta la natura atipica, appunto, di Master Of None: non è sempre eccellente e ha pochi momenti in cui si ride veramente. E’ la tipica formula della nuova comedy televisiva, tanto indie e tanto mumblecore (una tipologia di recitazione piuttosto sponteanea), per certi versi molto simile e vicina al Togetherness dei Fratelli Duplass, pionieri di questo genere. Alla fine cosa ci rimane? Una straordinaria meditazione sulla vita, l’amore, l’amicizia, la famiglia divisa tra una sorta di commedia romantica (un po’ un nuovo 500 Giorni Insieme) e una satira sexy e matura su un trentenne e la società che lo circonda. Una rara e godibile gemma del nuovo panorama televisivo che si conclude con una frase tratta da La campana di vetro di Sylvia Plath:

“You can spend too much time staring at the magnificent tree while trying to decide which of all the attractive figs to pick and eat. Before you know it, the figs will all dry up”.

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