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Recensione: Nico, 1988

La sala si fa buia, e These Days inizia a sovrastare il silenzio calato nella sala Darsena di Lido di Venezia. I titoli di testa iniziano a scorrere. Il viaggio verso la scoperta della vera essenza di Nico può avere inizio. Un viaggio che la regista Susanna Nicchiarelli ha fatto suo e che ha portato trionfalmente alla Mostra del Cinema di Venezia.

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Aleggia nella memoria collettiva un’immagine ben precisa di Nico: Nico, la musa di Lou Reed, Nico, la modella prestata a cantante che con un solo cenno del capo faceva capitolare ogni uomo; Nico, l’angelo dalla voce piena di malinconia e sensualità. Posta tra le mani di Susanna Nicchiarelli questa immagine si fa carta straccia, mera illusione da cancellare sul foglio del passato, facendo così fuoriuscire un’altra Nico, il suo fantasma più oscuro e tormentato, alimentato di LSD, eroina e poca serenità. Sono tre gli anni su cui la regista di Cosmonauta (dal 1986, al 1988, anno della morte dell’artista) ha deciso di incentrare questo biopic, che biopic sotto sotto non è. Più che licenze poetiche, a distanziare questo film dalla fin troppo facile inclusione in uno specifico genere, è la voglia di omaggiare con sincerità e onestà Nico, di scalfire il marmo di perfezione aleatoria, liberandone la vera essenza, fatta di traumi, rimpianti e paure. Se fosse stato un semplice biopic Nico, 1988 sarebbe stato un excursus esistenziale che ha portato alla nascita dell’artista; il film della Nicchiarelli vuol essere invece la catartica distruzione di Nico, e l’atroce liberazione di Christa Päffgen. Spiriti di un passato difficile da allontanare, e che come le streghe di Macbeth, continuano a perseguitare la Nico prestata egregiamente allo schermo da  Trine Dyrholm. Tra un live e l’altro, lo spettatore prova per osmosi i dolori della protagonista, ma senza compatirla. Non vi è alcuna volontà di suscitare pietà nel proprio pubblico, ma semplicemente mostrare il fuoco fatto di dolore e angoscia che ha alimentato per anni la parte più autodistruttiva dell’artista, portandola a comporre canzoni come “All Tomorrow’s Party” e “These Days”. Ad accompagnare questa difficile risalita dal mondo infernale in cui lo schermo a dimensione 4:3 ha ingabbiato Nico, è una regia pronta a cambiare ritmo in base alla situazione ripresa: statica e ricca di primi e medi piani nei momenti più intimi nella vita dell’artista, movimentata e scatenata tra panoramiche e carrellate durante l’esecuzione live delle canzoni. Una tarantola registica che riflette la rabbia divoratrice d’animo di Nico. In questo film vi è tutto, dal cinema d’autore a quello più commerciale; vi è l’inferno e il paradiso; le urla e il dolce canto di Nico. Un continuo gioco di opposizioni ed emozioni contrastanti; una montagna russa avviata verso il suo ultimo giro, che tra salite e dolorose discese, conduce lo spettatore alla scoperta di un’altra Nico, quella nascosta all’interno di pelle di seta e dietro un viso d’angelo: una Nico da chiamare semplicemente “Christa”.

Voto: 8

Elisa Torsiello per Radioeco.

 

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