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[Recensione] One More Time with Feeling

One More Time with Feeling, il documentario evento dedicato a Nick Cave & the Bad Seeds, è giunto oggi alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia. Noi ve lo recensiamo in super anteprima, nell’attesa che giunga anche sui nostri schermi in Italia grazie a Nexo Digital.

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di Elisa Torsiello

Non deve essere semplice realizzare un documentario di due ore, soprattutto se destinato al cinema e interamente incentrato sulla registrazione di un disco musicale. Sottile diviene, in questo caso, il confine che separa tale opera dall’entusiasmo spettatoriale, alla noia più mortale. Tante cose entrano in gioco. La notorietà dell’artista protagonista, l’immagine mediatica che di lui si è venuta a creare, ma soprattutto, lo stato emotivo in cui quest’ultimo verge. Andrew Dominik ha deciso comunque di prendersi questo rischio, seguendo passo dopo passo, nota dopo nota, la produzione creativa e la nascita di Skeleton Tree, nuovo album di Nick Cave and the Bad Seeds. E lo ha fatto in uno dei momenti peggiori dell’artista, quando ancora era forte e opprimente il dolore per la perdita del figlio Arthur, morto a soli 15 anni. Senza cadere nel melenso buonismo gratuito, o nell’attenzione morbosa verso dettagli o ricordi, la macchina da presa di Dominik lascia che siano le parole fatte a musica ad esprimere tale dolore, alternando a esse pensieri, osservazioni, confessioni intime rilasciate dallo stesso Cave in attimi di pausa, o durante il viaggio verso lo studio di registrazione. Si viene così a creare un momento sospeso, di silenzioso rispetto, in cui l’uso della carrellata a 360°, il fish-eye, l’handy-cam, diventano tutti abbellimenti registici a emozioni scaturenti dalla voce profonda di Cave, il quale, con composta commozione, canta in metafore il proprio lutto e la propria perdita. Perché alla fine questo è Nick Cave. Un poeta decadente prestato alla musica, che alla linearità narrativa preferisce il subentro delle emozioni per mezzo di correlativi oggettivi e associazioni mentali a primo ascolto criptici, ma per questo ancor più capaci di colpire il nostro inconscio emozionale. Dopotutto lo ammette lo stesso Cave: “non voglio scrivere canzoni come fossero pagine di un diario di vita, ma per legare le persone senza alienarle”. A far risaltare maggiormente questa atmosfera densa di melanconia e purezza di sentimento, vi è l’uso del bianco e nero, perfetto contrappunto cromatico e visivo alle melodie eseguite.

L’apparente lentezza del prologo, durante il quale vediamo Nick Cave prepararsi per andare in studio, o conversare col regista, volgendo il proprio sguardo direttamente in camera, non è altro che un elegante momento preparatorio e di attesa, che conduce con eleganza al fulcro centrale dell’opera: la registrazione del disco. La perfetta metafora di quel momento di ispirazione, che inaspettatamente ci coglie, per poi assalirci e, prendendoci per mano, dolcemente condurci alla creazione.

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Ovviamente, parlando di un documentario dedicato a un preciso artista, per apprezzare il film in tutte le sue sfaccettature, bisogna conoscere l’estetica musicale di Cave e aver saputo imparare ad amare la sua visione dell’arte un po’ malinconica; per comprendere invece il film basta semplicemente lasciarsi cullare dalla musica, qui vero e proprio canale espressivo del dolore di un uomo che dinnanzi a una perdita simile, affida alle parole vestite di note e accordi la voglia di riemergere dalle acque tempestose della morte che continuano a immergerlo. Se la musica ci sveste, ci mostra agli altri per come siamo, nella nostra nudità emozionale e sentimentale, con One More time with Feeling, Derek è riuscito a rivelare un lato ancor più riservato, nascosto, privato di Nick Cave.

In un momento in cui la parola “capolavoro” riferita a un’opera (sia essa cinematografica, artistica o musicale) è fin troppo abusata, si rischia sempre di ridicolizzare un po’ il proprio giudizio appellandoci a tale termine. Eppure dinnanzi a un’opera come questa, nessun’altra parola mi sovviene. Quindi sì, One More Time with Feeling è un capolavoro.

VOTO: 10 e LODE

 

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