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Recensione Pan, viaggio nel film che non c’è

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“Sometimes, to truly understand how things end, we must first know how they begin”. è su questa linea d’onda che naviga Pan, la nuova rivisitazione della storia del bambino che non vuole crescere che noi tutto amiamo. Qui la nostra recensione.

Recensione Pan.

C’era una volta un film fantastico, coraggioso se vogliamo, perché come il suo protagonista decide di sfidare le regole e la tradizione e andare a sovvertire le nostre conoscenze, fino a scovare le origini che diedero vita al mito di Peter Pan.
C’era una volta un film capace ancora una volta di farci amare il personaggio del bambino mai cresciuto e che sapeva volare.
Già, c’era un film del genere. Forse ci sarà già stato. Ma questo film non s’intitola di certo Pan.

Ennesima rivisitazione dell’opera di James M. Barrie, Pan tenta di raccontare una versione del tutto originale della storia propugnataci così tante volte. Non c’è Wendy, non c’è Trilli, nessun Bimbo Sperduto, ma Capitano Uncino lui sì che c’è, e la cosa che più sorprende è che buono. A rivestire il ruolo dell’antagonista ci pensa infatti Barbanera, personaggio divenuto negli ultimi anni una sorta di jolly a Hollywood perché pronto a coprire all’occorrenza una qualsiasi falla nella sceneggiatura inerente alla parte del villain (Pirati dei Caraibi 4 docet). Siamo a Londra, in piena seconda guerra mondiale. Peter è un bambino dall’indole ribelle che ama prendersi gioco delle suore che gestiscono l’orfanotrofio in cui è cresciuto dopo che la mamma lo ha abbandonato alla sua nascita. Pronto a organizzare una fuga con l’aiuto del suo migliore amico, una notte Peter vede realizzare i suoi piani grazie a dei pirati che lo rapiscono e lo conducono sull’Isola che non c’è. Sarà qui, tra una sfida e l’altra con Barbanera, e aiutato da Capitan Uncino (Garret Hedland) e Giglio Tigrato (Rooney Mara), che Peter verrà finalmente a conoscenza del suo passato e, con esso, anche del suo destino.

Date le premesse, è normale che vi fosse un po’ di titubanza nell’aria, dato che ci si apprestava a riportare sullo schermo una versione così diversa di Peter Pan. Non deve sorprendere, pertanto, se i produttori abbiano deciso di puntare su un regista come Joe Wright, uomo di teatro e dallo stile visionario, capace, con la sola forza dell’immaginazione, di donare nuova vita a storie, come Orgoglio e Pregiudizio e Anna Karenina, così tante volte adattate per il grande schermo.
Eppure Pan non sembra funzionare, e uno dei problemi principali è forse da ritrovarsi proprio nella regia. A differenza delle sue opere precedenti, in grado di far riaffiorare storie appassite dal logorio del tempo e ricoperte di una polvere fatta di noia e mancanza di sorpresa, qui, in un’opera dove è proprio la magia a far da padrona, si ha la sensazione che sia proprio il tocco magico di Wright a venire a mancare. In quasi due ore di film sono pochi i momenti in cui, con fatica, pare riuscire a far capolino lo stile del regista inglese. Esso è come sovrastato da un oceano fatto di effetti digitali e visivi, che per quanto ipnotizzanti e a tratti sorprendenti, lo snaturano, lo affogano, lasciandolo completamente in balìa dell’oblio. Rare le occasioni in cui, con forza, esce fuori per prendere una boccata d’aria, rimembrando al proprio pubblico uno stile registico che pare essersi completamente perso: i movimenti vorticosi della macchina da presa, le inquadrature dall’asse ottica perpendicolare, le carrellate volte ad esaminare la stanza dell’orfanotrofio, o i lunghi e tecnicamente impeccabili piani-sequenza, non sono altro che flebili abbagli di un’immaginazione registica che ha dato vita a film come Hanna, Espiazione o Anna Karenina. Eppure anche questi momenti non convincono pienamente. Essi sono ombre, presenze fantasmagoriche volte più ad auto-citare l’operato passato di Wright, piuttosto che rassicurare lo spettatore sulla resa registica e visiva del film; si pensi solo ai dettagli sul foglio scritto dalla macchina da scrivere che rimandano a Espiazione, o alle corse di Pan per sfuggire da Barbanera, memore di quelle di Hanna.

Come Peter insegue la sua ombra, così Wright insegue la sua. Ci sono momenti del film in cui l’imbarazzante sceneggiatura (forse vero cruccio e punto debole dell’intera opera) lascia spazio a estri registici che il buon Wright non coglie. Invece di riprendere mano a un film intento ad affondare piano piano, manco fosse il Titanic, il regista inglese preferisce imitare altri registi, offrendo al pubblico scene che se portate sullo schermo da quelli stessi registi citati sarebbero state dei momenti cult e celebrati con standing ovations e post su post sui social network, ma che qui non appaiono altro che semplici imitazioni messe lì a caso per coprire momenti narrativamente vuoti. Joe, pur vantando un passato da regista di videoclip musicali, non è un Baz Luhrmann, per cui la trovata di far cantare e ballare la ciurma di Barbanera sulle note di Smell like teen Spirit dei Nirvana risulta del tutto insensata e inutile. Stiamo guardando un prequel di Pan insomma, non il sequel di Moulin Rouge! Passi l’omaggio a Clint Eastwood e a Indiana Jones nell’abbigliamento e negli atteggiamenti e movenze di Capitan Uncino, il resto fa parte di tutto un gioco di imitazione in cui un regista imita un altro regista, l’intreccio cerca di imitare l’originalità di altri intrecci (vedi Hook) e gli attori cercano di imitare l’immagine che di quei personaggi si sono creati nella mente con il risultato di pigiare troppo sull’acceleratore e caricare a volte di troppo pathos questi loro simulacri immaginari. Si prenda Garrett Hedland. Ok caratterizzare di spavalderia Capitan Uncino, ma a volte tutta questa sicurezza appare troppo fittizia. Si vede che l’attore recita, quando invece l’unico che dovrebbe recitare è il personaggio stesso, il quale proprio nell’ambiguità nasconde il suo fascino. Delude anche Hugh Jackman. Lui il personaggio in bilico tra il cattivo e l’adorabile ha dimostrato più volte di saperlo fare (si prenda Scoop di Woody Allen). Ma qui il suo Barbanera risulta perfino irritante. E ripeto. Sto parlando di Hugh Jackman. Niente da dire su Rooney Mara, alias Giglio Tigrato. Potremo stare qui ore a disquisire sul fatto che un personaggio nativo americano sia stato interpretato dalla Mara. Il tutto risulterebbe del tutto inutile. Quando c’è una performance così fresca, così vera, è il talento a parlare.

Se parliamo di talento nell’a,bito della scrittura, non posso esimermi dall’affermare che lo sceneggiatore, Jaon Fuchs, di questa dote ne è quasi privo. La sceneggiatura uscita dalle sue mani è piena di clichè e luoghi comuni, mentre il linguaggio infantile di una banalità imbarazzante. Ok, capisco che alla fine il pubblico principale a cui l’opera è destinata è proprio quello dei bambini, ma vi posso assicurare che perfino le scolaresche delle elementari sanno scrivere opere più emozionanti e ricche di suspense di questa.

Alla fine Peter riuscirà volare, a fare quel salto che lo porterà a solcare i cieli dell’Isola che non c’è. Ma il film di cui è protagonista purtroppo non è riuscito a fare altrettanto. È restato ancorato a un’idea allettante, imprigionato tra le mani di uno scrittore poco abile, e a un regista che si è lasciato , si è lasciato sopraffare da un sistema sedurre dalla voce della sirena “Hollywood” abbandonando la sua natura di regista artigiano per abbracciare l’abbondanza di effetti speciali e visivi che hanno soffocato la propria creatività e immaginazione. Peter potrà volare. Ma Pan no.

Elisa Torsiello per Radioeco

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