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[RECENSIONE] Pink Floyd – The Endless River

5870ee2c4d870d2aeef06fc039998a3cLo scorso 7 novembre è uscito The Endless River, l’ultimo album dei Pink Floyd (sitofb).

Salvo il lavoro di editing e diverse aggiunte strumentali e vocali, le diciotto tracce di The Endless River, divise in quattro sezioni per un totale di 53 minuti, sono state realizzate principalmente a partire dalle venti ore di materiale registrato dal trio David Gilmour (sito, fb), Richard Wright (sito, fb) e Nick Mason (fb) nel 1993 per The Division Bell (sito, fb) e scartato in fase di selezione e politura.

The Endless River non è quindi un nuovo album in studio dei Pink Floyd, bensì la pubblicazione di demo inedite confezionate a bordo dell’Astoria, lo studio di registrazione galleggiante posseduto dai Gilmour, e dedicate a Wright, morto nel 2008.

E ora ai brani. Goditi la playlist di Spotify mentre leggi l’articolo!

The Endless River inizia con “Things Left Unsaid”, un flusso ininterrotto di musica: è il sintetizzatore di Wright che, lento e regolare, vede inserirsi tra le sue note continue sprazzi della chitarra ad archetto elettronico (in gergo EBow guitar, wiki) di Gilmour.

Il pezzo si collega sia al successivo sia, scavalcando quest’ultimo, al terzo. Il secondo brano, infatti, dal titolo “It’s What We Do”, è una specie di preludio, alla Cluster One per intendersi (ma con un’esplicita citazione dagli ultimi minuti di Shine on You Crazy Diamond 2), come “Things Left Unsaid”, con la differenza che “It’s What We Do” vede aggiungersi Mason alla batteria.

“Ebb and Flow”, il terzo brano, è anch’esso simile al primo: al pacato procedere del piano elettrico di Wright risponde, con un ritmo più fitto rispetto a “Things Left Unsaid”, la EBow guitar di un rinato Gilmour, come a formare un dialogo non solo tra i due strumenti, ma tra i due uomini, collaboratori e amici per quasi quarant’anni. E proprio la conversazione è il concetto di The Division Bell, da cui The Endless River nasce come una costola “ambient”, spiega Mason in questo video. «Il senso dell’album – prosegue Gilmour – consiste in noi tre che suoniamo come facevamo un tempo». Con “Ebb and Flow” si conclude la prima parte dell’album.

PF3-1987-onwardsSe la prima sezione è quella che meglio esprime la naturalezza con cui gli strumenti, nelle mani giuste, trovano una loro armonia, la seconda è un salto nel lontano passato dei Pink Floyd, alla ricerca di sonorità dimenticate al fine di recuperarle più che di trarne un bilancio della loro carriera.

In “Sum” il sintetizzatore di Wright riscopre le distorsioni di Atom Heart Mother (ascolta la title track e Alan’s Psychedelic Breakfast) e le immerge nella musica 2.0.

“Skins” è una splendida esibizione di come Mason riesca da solo a tenere attento l’ascoltare per oltre un minuto e mezzo; purtroppo sopra la voce delle sue bacchette parlano i fastidiosi effetti creati da Youth, coproduttore dell’album insieme a Gilmour, Phil Manzanera e Andy Jackson.

Dopo un altro falso preludio, “Unsung”, composto dal solo Wright, “non cantato” come altri sedici pezzi, la seconda partizione è magnificamente chiusa da “Anisina” (anticipata dai Pink Floyd con questo video), la sola vera composizione della prima metà di The Endless River e il primo brano da cui è assente Wright: la chitarra di Gilmour, che ricorda l’intro di Us and Them da The Dark Side of the Moon, è corroborata in particolare dal soffio jazz di Gilad Atzmon (sito, fb) a sassofono e clarinetto. “Anisina” è la prima melodia compiuta che The Endless River offra all’ascoltatore, un candido omaggio a Wright.

Il secondo quarto termina senza Wright, ma il terzo si apre proprio con un suo pezzo, “The Lost Art of Conversation”, quasi un’opera classica; è evidente fin dal titolo che la registrazione risale alle sessioni del 1993 per The Division Bell, il cui tema era appunto la necessità di parlare.

Segue senza soluzione di continuità “On Noodle Street”, in cui la batteria di Mason è eccessivamente potente: come in Sorrow, canzone finale di A Momentary Lapse of Reason, sarebbe stato forse necessario un bilanciamento più equilibrato dei vari strumenti.

“Night Light” è un altro sereno dialogo tra il sintetizzatore di Wright e la EBow guitar di Gilmour, naturale introduzione alla meravigliosa mini-sinfonia in tre movimenti costituita da “Allons-y (1)” (anticipata dai Pink Floyd con questo video), un pezzo forte, ben ritmato, dalla melodia decisa e dall’arrangiamento ben bilanciato.

L’organo Hammond di Wright sfocia nel sontuoso Grande Organo della Royal Albert Hall: “Autumn ’68″ è una registrazione fatta durante il set-up pomeridiano di un concerto che i Pink Floyd tennero appunto nel 1968 nella celebre sala da concerti londinese, come spiegato da Gilmour nel video di presentazione all’album; alla registrazione originale, comprendente il solo organo, sono stati aggiunti la chitarra di Gilmour e il gong di Mason.

“Autumn ’68″ sfuma in “Allons-y (2)”, ripresa del tema di “Allons-y (1)”. La terza parte di The Endless River si chiude con “Talkin’ Hawkin’”: si tratta di un tentativo di composizione per The Division Bell che sarebbe sfociato in un brano molto più elaborato, Keep Talking, il cui titolo è tratto proprio dalle parole dell’astrofisico britannico Stephen Hawking, incise in entrambi i pezzi: «All we need to do is make sure we keep talking».

the_endless_river_by_ezek19-d826qyfLa sezione finale dell’album è nettamente dominata da Gilmour, ma non scade nell’insulsa one-man-band che ha prodotto A Momentary Lapse of Reason (full album).

“Calling” è il secondo, dopo “Anisina”, e ultimo brano che manca di Wright. È un pezzo che trasuda un’afflizione palpabile: le dita di Gilmour picchiano sui tasti come passi su una grata metallica; la triste melodia è impresa con lentezza dal piano di Anthony Moore, collaboratore dei Pink Floyd da A Momentary Lapse of Reason, ed echeggiata dalla chitarra di Gilmour, come la preghiera e l’amen a un funerale. Le percussioni di Mason modulano una marcia lenta, come campane senza ritorno.

“Eyes to Pearls” prosegue nella disperazione con una chitarra acustica che ricorda la pulizia di “Lost for Words” da The Division Bell ma ne costituisce una specie di negativo: alla solarità di “Lost for Words”, sfociante in “High Hopes”, “Eyes to Pearl” replica con la quiete caratteristica di tutto The Endless River, ma che qui in particolare si fa veramente cupa.

Torniamo a vedere la luce grazie al sintetizzatore di Wright in “Surfacing”, altro brano che ha per sfondo Gilmour, che procede lungo una melodia netta con il suo gradevolissimo tocco acustico e con un backing vocal etereo, tra il prosieguo del lamento di “Calling” e “Eyes to Pearls” e la scoperta di una gioia pura, priva di appigli a cose reali, senza un motivo concreto.

Le campane, che in The Division Bell collegavano “Lost for Words” a “High Hopes”, in The Endless River introducono l’ultimo brano, “Louder than Words”, l’unica canzone dell’album (musica di Gilmour e parole di sua moglie, Polly Samson, già liricista per The Division Bell). Quello che la stanca voce di David Gilmour tenta di dire è l’indicibile, come lui stesso ammette: «The beat of our hearts is louder than words» e «Let’s go with the flow, wherever it goes, we’re more than alive». Vivere, stare insieme, suonare, parlare; il senso della bellezza di tutto ciò rende vano ogni tentativo di spiegazione.

Così ci salutano i Pink Floyd. È un saluto definitivo, un addio migliore rispetto a quello dato con l’ultimo pezzo di The Division Bell, per due motivi:

innanzi tutto perché “High Hopes” è una canzone di sapore cosmico, che pretende, con musica e parole, di riassumere tutta la storia del mondo, tutte le emozioni esprimibili tramite il suono. Invece “Louder than Words” è una conclusione molto più modesta, che esprime i limiti delle capacità umane, resi visibili proprio dalla morte di Rick Wright; l’uomo non può controllare la propria esistenza, e solo chi si rende conto di ciò può vivere sereno: la vita continua. E così arrivo al secondo motivo che fa di “Louder than Words” il miglior addio possibile dei Pink Floyd: è una canzone che s’inchina e lascia il palco alla vita, a ché essa continui, vada avanti, fluisca leggera come un fiume infinito…

Gabriele Flamigni

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