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[Recensione] Piuma

Dalla Sala Grande della Mostra del cinema di Venezia, a tutti i cinema italiani, la valanga di freschezza e leggerezza di Piuma, ultima commedia firmata Roan Johnson, è pronta a colpirvi dritto al cuore. Di seguito la nostra recensione.

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“Mamma, papà, vi devo parlare”. Quante volte nella vostra vita lo avete detto, sospirato a mezza voce, o soltanto pensato? E di certo chissà quante volte Cate e Ferro, i giovani protagonisti di Piuma  (ultima fatica di Roan Johnson, in concorso alla 73.esima Mostra del cinema di Venezia) una frase così semplice l’avranno provata davanti allo specchio, prima di prendere fiato e dirla a pieni polmoni: “mamma, papà, vi dobbiamo parlare. Aspettiamo un bambino“.

Sono stati i genitori, piuttosto, ad aver provato un brivido nel percepire tali parole, impanicati da un ignoto che non sanno gestire e da una svolta degli eventi che non avevano previsto. È qui che si ritrova la vera essenza del film di Roan Johnson, già nascosto in maniera embrionale nel personaggio di Sivia D’Amico nel precedente Fino a qui tutto bene. L’arrivo di un figlio non è mai facile, a nessuna età. Eppure si percepisce quanto ad essere maggiormente sconvolti siano i genitori, coloro cioè che dovrebbero essere la quintessenza della maturità, ma che piano a piano, perdono il loro controllo genitoriale a fronte di una immaturità quasi irreale. In maniera del tutto specularmente improporzionale, i due giovani protagonisti si fiondano in questa nuova avventura con la tipica spigliatezza dei diciottenni, infarcita da una seriosità che spesso risulta lacunare nel comportamento delle figure genitoriali (soprattutto quelle paterne).

Se con Fino a qui tutto bene Roan Johnson aveva brillantemente e senza tanti filtri melensi e fastidiosamente positivistici, ritratto il mondo degli universitari riducendo fino al midollo la distanza che separa la realtà dalla sua diegetizzazione, con Piuma sviluppa un tema delicato come la gravidanza in giovane età proiettandolo nel mondo del sogno e della speranza. Il regista pisano adatta, cioè, un fenomeno ancora ben radicato nella nostra società contemporanea, allo stile di vita di una tipica coppia di diciottenni; eppure in questo attento dosaggio dell’elemento emozionale e sognatore (sottolineato da una fotografia accesa e dalle tonalità brillanti) all’universo della realtà, qualcosa va storto, rendendo a tratti irreale e al limite dell’assurdo la storia. L’ingranaggio difettoso lo si ritrova proprio nella caratterizzazione dei genitori. Loro, che dovrebbero costituire le colonne portanti su cui si va ad appoggiare il tempio della famiglia, si rivelano essere i personaggi più instabili emotivamente parlando, e continuamente in balìa dei propri timori e insicurezze. Le colonne si tramutano dunque in una Torre di Pisa intenta a piegarsi sempre più per il peso di un futuro incerto e del tutto sconvolto dal susseguirsi degli eventi. Da tutto ciò non potrà che scaturire un ulteriore gap generazionale in cui le normali parti del genitore e figlio si invertono, e dove ora saranno i ragazzi a consolare i genitori, mentre i padri e le madri annaspano alla ricerca di quella stabilità ormai apparentemente perduta. “E allora? Dove sta il problema?” vi chiederete. Il problema sta tutto su come tale distanze e incomprensioni vengono rese sullo schermo. Fortemente indirizzato verso il concetto che ha reso grande la commedia all’italiana, dove ad ogni sorriso corrisponde una riflessione profonda e una latente critica alla società, Roan Johnson lascia che le scene di conflitto e discussione vengano urlate a pieni polmoni, dando vita a momenti di Mucciniana memoria, che rasentano così la caduta di un’opera così intelligentemente spiritosa e comica, nel burrone dell’assurdo e del banale.

1469706241350Fortunatamente tutto ciò non va intaccare la resa finale di un’opera capace di parlare di tutti noi, di padri, figli; di adulti e ragazzi. Piuma parla di nascite impreviste, e responsabilità coraggiosamente accettate. Un’accettazione, questa, che forse stride con l’edonismo giovanile tutto concentrato sulla gara ai like nel mondo social, ma che proprio per questo infonda il film di una positività e speranza nelle future generazioni che inspiegabilmente sta andando scemando.

L’intento primario di Piuma non pare avere dunque nulla di quella necessità dal sapore neorealista di denunciare un fenomeno, o registrare con distacco e obiettività, lo sviluppo di un processo destinato a gettare quelli che fino a un momento prima erano dei semplici adolescenti, nel complesso e caotico mondo degli adulti.

 

Costruito su una sceneggiatura mai volgare o banale, Piuma nasconde in sé la semplice e pura volontà di dimostrare, attraverso la lente della spensieratezza e speranza giovanile, quanto la paura di divenire gentori non abbia età. È un’angoscia, questa, che ti lascia senza fiato a diciotto, così come a trent’anni; sta a chi si troverà in questa adrenalinica situazione riscoprire il suo lato più fanciullesco e mescolarlo alla maturità acquisita, così da vedere il futuro più roseo e positivo. Come ricordato nel film, “quando arrivano le difficoltà il Samurai se ne rallegra”. E Cate e Ferro, piccoli grandi samurai, non hanno paura di tenersi per mano e gettarsi nel mare delle difficoltà, superando così, come tante paperelle, le intemperie che scuotono le acque dell’esistenza. Nuotano insieme, a fianco a fianco, quando ridendo, quando mescolando le proprie lacrime alle onde in tempesta della loro vita. Ma alla fine, insieme, ce la faranno e una volta giunti a riva, inonderanno quell’immedesimazione spettatoriale venutasi a creare, di onesta positività e leggerezza. Il loro futuro è pronto a decollare, risollevando allo stesso tempo l’animo dello spettatore, facendolo volare su, su, sereno e leggero. Leggero, come una “piuma”.

VOTO: 7

 

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