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recensione: “sangue del mio sangue” di marco bellocchio

Recensione del film Sangue del mio sangue, diretto da Marco Bellocchio e candidato al Leone d’oro nella Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2015.

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Fermo immagine dal film. Lidiya Liberman

Una recensione è fatta di parole che devono combinarsi in frasi, frasi che rappresentino una situazione reale e che rimandino a essa in modo semplice; chi recensisce ha il duplice obbligo di significare qualcosa di concreto intuitivamente.

Obbligo che può invece trascurare chi realizza l’opera d’arte, e che infatti Marco Bellocchio, con Sangue del mio sangue, ha mandato cordialmente a spasso. “Non mi sono preoccupato di costruire, per questo film, un’architettura drammaturgica assoluta e perfetta. – ha dichiarato il regista a proposito della sua nuova pellicola, – La libertà è lo spirito di questo film“.

Ma sciogliamo un poco, innanzi tutto, i fili del racconto. Bobbio, prima età moderna: un francescano, morto suicida dopo una storia d’amore con Benedetta, una clarissa (Lidiya Liberman), viene inumato in terra sconsacrata; il soldato Federico, (Pier Giorgio Bellocchio), insofferente dell’indegna sepoltura del fratello, incita la comunità ecclesiastica di cui faceva parte il defunto a intentare un processo alla suora, accusandola di stregoneria, così da poter dimostrare che il fratello è morto non per mano propria, bensì per opera del Demonio. Tuttavia la somiglianza tra i due fratelli, il prete e il soldato, e il fascino della giovane monaca, non macheranno di esercitare la propria influenza sugli eventi.

Nel frattempo, ai nostri giorni il carcere di Bobbio è diventato un edificio pericolante che il Comune vorrebbe vendere a un privato, un miliardario russo; ma la vendita andrebbe a danneggiare gli interessi del “comitato” cittadino e in particolare del Conte (Roberto Herlitzka), che durante la notte, quando la sua natura lo lascia libero di uscire dalla sua prigione, escogiterà un piano affinché ciò che rappresenta perseveri nel suo male.

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Fermo immagine dal film. Roberto Herlitzka

Prendendo spunto dalle parole dello stesso Bellocchio, proviamo a porre proprio la libertà come motivo del soggetto di Sangue del mio sangue: suor Benedetta, sottoposta dagli inquisitori a torture inumane volte a produrre una falsa confessione, a tutto ciò reagisce con il suo corpo immobile. Alla retorica pretesca, che occulta rabbia e mendacia dietro un muro di pomposità, risponde con il silenzio. “Benedetta è l’immagine di una bella libertà che non vuole arrendersi“, conferma Bellocchio, che pure ammette di essere ancora incapace di scindere la propria concezione della Chiesa dalla nozione di potere. Dai vincoli, in cui il potere dell’istituzione e dell’ingiustizia costringono l’uomo, solo il silenzio e la non-reazione possono garantirgli la sua libertà.

Ma il confronto tra potere e libertà resta una prova muscolare da entrambe le parti; a ben vedere, cioè, si presenta come un confronto tra due forme di potere. Perché in fondo che cosa sono il contatto fugace tra due sguardi, la presenza della bellezza e l’incontro tra due silenzi se non lacci della seduzione? Che altro è, se non potere, la passione che Benedetta è capace di suscitare?

Il carattere ambiguo della libertà è chiaramente denunciato dalla storia ambientata ai nostri giorni: il nemico del piccolo regime d’irregolarità istituito dal “comitato” non è l’equità o quant’altro possa venire accostato all’idea di libertà, ma solo un altro piccolo regime d’irregolarità. Il potere, rappresentato da un manipolo di farabutti, è minacciato da altri farabutti, non dai rappresentanti della libertà.

Ecco che allora questa bella illusione, la libertà, getta la maschera e rivela il suo potere mortifero.

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Fermo immagine dal film. Da sinistra: Pier Giorgio Bellocchio, Federica Fracassi, Alba Rohrwacher

Ma ricordiamoci le parole che Bellocchio ha speso in merito a Sangue del mio sangue: “Il mio non è un film all’americana, dove tutto è razionalistico e consequenziale“. Il regista ha messo in conto che non tutto torni e mette in guardia lo spettatore dalla ricerca, nel suo film, di una logica intuitiva, di una coerenza all’interno della quale sentirsi a proprio agio. Perché ogni ordine, con il suo carattere necessario, è anch’esso una forma di potere; potere che costringe il regista a far scendere a patti la propria immaginazione con le aspettative dello spettatore, e potere che costringe quest’ultimo con il fascino della prevedibilità.

Sangue del mio sangue, pertanto, è un film che, con il suo procedere incoerente, mantiene paradossalmente una sua coerenza dall’inizio alla fine: araldo di libertà, sullo spettatore non esercita alcun potere.

Gabriele Flamigni per Radioeco

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