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Recensione: Short Skin, I dolori del giovane Edo  

Recensione: Short Skin, I dolori del giovane Edo.

Short Skin – il primo lungometraggio di Duccio Chiarini – è un film che partendo da un dettaglio ne fa una vicenda concreta che, pur toccando il banale, riesce ad intrattenere a intervalli di dramma interiore e situazioni grottesche, in cui il limbo fra la risata e la riflessione resta sottile e decisamente labile.

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La locandina del Film

Dopo il rocambolesco docu-film di Roan Johnson Fino a qui tutto bene, ecco un’altra storia che vede la città della torre sullo sfondo. Le vicende di Edoardo e il suo “problemino” sono ambientate infatti fra Marina di Pisa, Forte dei Marmi e Pisa stessa. Edoardo (Matteo Creatini) è un diciassettenne pisano che vive un momento particolare della sua vita: affrontare la prima volta con una ragazza. Ma c’è un problema: la fimosi al pene. Il suo prepuzio è, infatti, troppo stretto. La sua ‘short skin’ è quindi la causa primaria di una vita sessuale insoddisfacente, ma al contempo la fiamma che innesca un susseguirsi di problemi interiori ed emotivi. La famiglia – classica e bizzarra contemporaneamente – è all’oscuro del problema di Edoardo, costretto intanto a rifiutare varie avances da parte di più ragazze, rendendoci tutti partecipi della sua paura e del suo imbarazzo.

Il tema lascia decisamente spazio ad un umorismo che si macchia ora d’ironia, ora di malinconia, e potrebbe sembrare insensato e banale di primo acchito; quando si è mai visto un film sulla circoncisione? L’abile regista fiorentino è però riuscito a ricucirci (è proprio il caso di dire!) una storia in cui è la sensibilità la protagonista. Un’autenticità emotiva e una delicatezza visiva fanno della vicenda del giovane Edoardo un racconto quasi universale, in cui tutti si possono riconoscere nel momento in cui si fa fronte a un problema, si esce allo scoperto per poi superarlo.

Un’amicizia sincera e una famiglia traballante fanno da sfondo a una storia in cui un ragazzo ripone così tanta importanza sull’amore, screditando il sesso; un esempio, dunque, più unico che raro in un mondo in cui il denigrare e la superficialità imperversano. I tocchi opachi nelle inquadrature ci trasportano in una storia perfettamente radicata nella realtà, grazie anche alla scelta del vernacolo tosco-pisano che rende il tutto più vicino alla quotidianità. Una delicatezza che viene trasmessa anche da una colonna sonora che accompagna la metamorfosi del protagonista – prima e dopo l’operazione – fino alla conquista di ciò che ha sempre voluto: l’amore di Bianca.

Se la sceneggiatura, ancorata al vernacolo e a tratti carente, riesce a strappare qualche risata in più scene del film, la fotografia si conferma altrettanto ben studiata: trascina lo spettatore dall’equilibrio allo sfocato, lasciandolo spesso incuriosito e attaccato alle scene. La nudità è onnipresente e mai volgare, ma tremendamente vere e per niente artefatta. La recitazione è spontanea e decisamente piacevole. Alla fine della fiera – e circoncisione effettuata – mi sento di consigliere questo film, che di certo non eccelle, ma è un primo esperimento di regia ben riuscito, un elogio alla sensibilità e un esempio di come non servano grandi storie per far cinema, ma basti un dettaglio da cui partire, come un lembo di pelle troppo corta.

Alessio Foderi per RadioEco 

 

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