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[Recensione] St. Vincent

E finalmente per Bill Murray arrivò la santificazione. Dopo averci divertito come capitano di un sottomarino, emozionato come attore depresso e fatto innamorare come acchiappa-fantasmi, dopo aver strappato applausi per 30 anni con le interpretazioni più varie, segno di un istrionismo unico nel panorama cinematografico, gli mancava il ruolo di babysitter.

In St. Vincent, Bill Murray interpreta un ruolo che sembra calzargli a pennello: un burbero pensionato misantropo e cinico, dalla battuta pungente, pieno di vizi, con una vita pressoché arida, però in fondo positivo e dal cuore d’oro. Passare le giornate con una spogliarellista russa, inseguito dagli allibratori scommettendo all’ippodromo cittadino, il tutto condito dall’immancabile dose di alcool, non è proprio quello che si dice una vita da stinco di santo, eppure l’incontro con un bambino di 12 anni gli darà una scossa per riemergere nella società e per superare una dolorosa pena personale.

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Segnando l’esordio alla regia di Theodore Melfi, Brooklyn fa da sfondo a questa storia che piace perché semplice e vera, venata di un buonismo che risulta sottile e percettibile dallo spettatore e non imposto e patetico. Con una comicità intelligente e genuina, il film si nasconde tra le righe di una narrazione che vuol dire molto di più di quanto appare, sostenuta da una colonna sonora di ottimo livello, tra The National e Bob Dylan, con Shelter from the Storm cantata da uno strepitoso Bill. Un attore che, nonostante il tempo passi, riesce sempre a coprirsi di un’aura di spensieratezza che lo fa apparire molto più giovane di molti attori che lo sono anagraficamente più di lui.

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Intorno al protagonista un cast di perfetti interpreti come Melissa McCarthy nei panni nella madre super-impegnata di Oliver, Naomi Watts come prostituta semi-personale di Vincent, il giovanissimo Jaeden LieberherChris O’Down come insegnante-prete dai modi aperti e ironici. Attraverso dialoghi semplici ma mai banali, che spaziano da temi quali la religione, la famiglia ed il sacrifico, si suggella quello che può essere chiamata una piacevolissima, e in un certo senso aspettata, sorpresa natalizia, che va ad inserirsi tra i soliti inguardabili cinepanettoni ed il terzo capitolo, atteso fino allo sfinimento, de Lo Hobbit.

Tra giornate passate a scommettere all’ippodromo e ilari lezioni di vita da strada, ci viene rivelato anche un lato sensibile che prende forma nella seconda parte della pellicola, donando a Vincent una dolcezza leggera ma molto percepibile che comunque non intacca il personaggio fuori dagli schemi che è valso al nostro Bill Murray la candidatura ai prossimi Golden Globe. Direi che è inutile dire per chi tiferemo noi.

 

Giacomo Corsetti per Radioeco

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