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Recensione: Star Wars, Gli ultimi Jedi

L’universo di Star Wars si espande sempre più, lanciando sullo schermo l’ultimo, attesissimo capitolo della saga: Gli ultimi Jedi. Anche in vista dell’inaugurazione della nuova rubrica della radio, NerdEco, noi vi lasciamo la nostra recensione del film.

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È incredibile come il concetto fondante dell’intera saga di Star Wars, ossia lo “stabilire l’equilibrio nella forza”, vada a confluire in ogni singolo aspetto e dettaglio di questo ottavo, attesissimo capitolo. La fotografia, le scenografie, i costumi, le scelte registiche, tutto sembra perfettamente bilanciato in un gioco di contrasti, dove la luce si alterna all’oscurità, e il blu delle spade Jedi si mescola alle tinte rosse dei Sith. Perfino la sceneggiatura non si esime da questa ricerca dell’equilibrio perfetto, accostando a una prima metà deludente, satura di passaggi e battute al limite del ridicolo, una seconda parte piena di colpi di scena che faranno lasciare a bocca aperta i propri spettatori.

Quello che veramente colpisce del film di Rian Johnson, è come il regista abbia saputo rivestire l’intera opera di quell’incertezza morale capace di rendere difficile, per lo spettatore, comprendere la vera natura di ogni singolo personaggio. Se negli episodi precedenti risultava pressoché elementare inquadrare i diversi appartenenti alle macro-categorie attanziali dei villain, o degli eroi, qui un senso di ambiguità serpeggia tra i cieli della galassia lontana lontana. Un’ambiguità sottolineata dalla resa fotografica dell’opera, per mezzo della quale la lotta tra lato oscuro e buono della forza prende vita anche sul viso di ogni singolo attore (in particolare quello di Mark Hamill, alias Luke Skywalker) reso spesso sullo schermo con una parte completamente illuminata, mentre l’altra avvolta nella penombra. Il risultato che ne consegue è un accrescimento della suspense narrativa, l’esasperazione delle reazioni da parte del pubblico dinnanzi ai continui colpi di scena, ma, soprattutto, lo svecchiamento di certe riproposizioni sceniche, con cui un semplice omaggio – o citazione – si veste di abiti nuovi e inediti. La nuova trilogia di Star Wars, come già dimostrato ampiamente da Il risveglio della forza, gioca dopotutto su una narrativa speculare, riflettente gli eventi che hanno segnato la trilogia originale degli anni ’70. E forse è giusto che sia così; alla fine, come ci dimostra la storia nella vita di tutti i giorni, il mondo reale non fa altro che vivere sulla reiterazione degli stessi eventi, allora perché anche quello diegetico non può fare lo stesso? Se portate con intelligenza e maestria sullo schermo, le meta-citazioni che collegano il mondo di Star Wars possono trasformarsi in fonte di soddisfazione per lo spettatore più attento, capace di cogliere ogni singola analogia e similitudine. Ed è questo che ha compiuto Johnson: il regista ha solo preso ispirazione da opere precedenti, come L’impero colpisce ancora, per creare un nuovo universo, più acceso e cangiante, ma pur sempre legato da un cordone ombelicale, alla pellicola madre.

star-wars-8-rey-kyloFiltrato dall’obiettivo di Johnson quello di Star Wars: Gli ultimi Jedi si trasforma nel passaggio di testimone da una generazione più anziana di Jedi e Sith, a quella più giovane, ma non per questo esonerata dal ripercorrere gli stessi passaggi che hanno visto nascere il mito di Darth Vader, o Luke Skywalker. Luke si batterà con Kylo, proprio come Anakin ha sfidato il proprio maestro, Obi-Wan Kenobi; Rey è soggetta al gioco di persuasione da parte di Kylo, per abbracciare la parte oscura della forza, proprio come Darth Vader ha tentato di fare con il figlio Luke; Luke allena Rey nello stesso modo in cui egli è stato allenato da Yoda; si viene a creare un circolo vizioso (ma anche virtuoso) incapace di arrestarsi, in cui i più vecchi, non potranno che essere altro che terra su cui germoglieranno nuove speranze e ambizioni, dando così vita alla ripetizione degli eventi. Peccato che in questo nuovo atto generativo, lo sceneggiatore (che alla fine è sempre Johnson) abbia calcato un po’ troppo la mano circa qualche atteggiamento, o battute che, quando messe in bocca a personaggi come Poe Dameron e Finn funzionano alla meraviglia, perché esaltanti il lato più sbruffone di questa generazione di ribelli, quando vengono affidate a personaggi seriosi come il Generale Hux (Domhnall Gleeson) stridono alquanto con la vera essenza del personaggio.

Niente da eccepire sulle performance attoriali, tutte ben calibrate e mai sull’orlo dell’overacting. Plauso a parte merita l’interpretazione introspettiva e ipnotica di Adam Driver. Pochi sono gli attori che, come Driver, si rivelano in grado di comunicare allo spettatore, mediante un semplice sguardo o una minima espressione, la lotta interna che dilania il proprio personaggio, senza per questo cadere nel ridicolo o nella macchietta.

Gli ultimi Jedi è insomma un piatto gustoso, cucinato a fuoco lento con ingredienti di ottima qualità, ma, data la quantità di aggiunte apportatevi, rischia di lasciare poco spazio per l’assaggio dell’ultimo portata prima della conclusione della saga, con quell’episodio IX nuovamente diretto da J.J. Abrams che, a questo punto, chissà cosa ci riserverà.

Voto: 8

 Elisa Torsiello per RadioEco

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