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Recensione: Still Alice

Recensione: Still Alice, il film grazie al quale Julianne Moore sta dominando la stagione dei premi.

Il 22 Gennaio scorso è uscito in Italia Still Alice, diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland e interpretato da Julianne Moore.

“Far ridere è più difficile che far piangere”, si dice. Ma ancora più difficile è costringere a trattenere le lacrime: sarà passata sì e no mezz’ora, e già si è pronti a dar loro sfogo,pur  sapendo che la storia è appena a un terzo; non sappiamo come si svilupperanno gli eventi né che soluzione troveranno, ma inevitabilmente le cose andranno a peggiorare.

STILL-ALICE-onesheetAlice Howland (Moore) a 50 anni comincia a manifestare lapsus lessicali e momenti di spaesamento tanto nella vita professionale – è un’apprezzata professoressa di linguistica – quanto in quella famigliare, che condivide con il marito affermato nella propria carriera (Alec Baldwin), la figlia maggiore in dolce attesa (Kate Bosworth), la minore caparbia nella sua improvvisata carriera di attrice (Kristen Stewart) e il figlio medico (Hunter Parrish).

Il neurologo a cui Alice si rivolge ipotizza una diagnosi, e gli esami a cui la sottopone confermano i suoi sospetti: Alice soffre del morbo di Alzheimer, nello specifico di una forma presenile molto rara. Mentre la famiglia Howland, incredula alla notizia, sembra non reagire – azzardo, per il (voluto?) scarso spessore di personaggi e interpreti – ai cambiamenti cui la vita di Alice va incontro giorno dopo giorno, lei non si rassegna all’incedere dell’oblio; memorizza sul cellulare gli appuntamenti per sopperire alle carenze della sua memoria e tiene in esercizio la mente rispondendo ogni giorno a domande sulla sua biografia e giocando al paroliere.

In questa fase della malattia Alice è sempre più prigioniera della disperazione per le perdite che subisce e sa di subire; ogni manifestazione del suo male la spinge ad avvinghiarsi con tutta se stessa ai brandelli di passato con cui tenta di puntellare la sua convinzione più minacciata: “Sono ancora Alice”.

La filosofia quasi fin dalle sue origini si è posta il problema dell’essere: cos’è e cosa lo rende identico a se stesso? Cosa fa di me me stesso? Cosa fa sì che il mio io di oggi sia in continuità con quello di ieri e sia proteso verso quello di domani? Cosa sono io? I miei ricordi, le mie sensazioni, i miei progetti, o forse un intreccio di tutto ciò. Le emozioni sfilano e si accavallano in noi, eppure ciascuno è ancora se stesso in questa complicata trama.

La trama della vita di Alice, giorno dopo giorno, si sfilaccia sempre più, e lo stesso accade a quella del film: la storia non esibisce più una normale consequenzialità fattuale. Eventi importanti non vengono mostrati allo spettatore: quando è che Alice inizia  a trascorrere lunghe ore, con i capelli sparsi sul volto e in vestaglia, accoccolata sul divano? Chi è la badante che il marito assume per lei? Dove ci troviamo? Io non capisco più nulla, però sento il bisogno di pormi queste e altre domande che definiscano la realtà e pongano un confine preciso tra me e Alice, tra la mia coscienza e la sua che non esiste più. Lo spettatore è sballottato da una scena alla successiva senza avere la possibilità di capire se tra l’una e l’altra sia passato un paio di giorni, diversi mesi o soltanto un’ora.

kristen-stewart-julianne-filming-still-aliceI movimenti di Alice rallentano, il suo volto, prima preda degli spasimi di una paura senza nome, si distende, ora che sorriso e pianto sono manierismi sbiaditi. Ogni manifestazione emotiva è dimenticata. Alice non è più Alice.

A un certo punto mi trovo ad ascoltare la figlia minore di Alice che le legge un copione teatrale; ne posso ascoltare solo le ultime frasi, che parlano di anime ascese al cielo; l’argomento non mi è del tutto chiaro. Chiuso il libro, la figlia chiede alla madre se ha capito di cosa parlasse, e io sento che la domanda è rivolta anche a me. Non sono sicuro della risposta, ma sulle prime direi che parlava della morte. Alice balbetta qualcosa d’incomprensibile; alla fine proferisce, flebile e titubante, una sola parola. Non sa se sia la risposta giusta a una domanda che non ricorda, né conosce il significato della parola appena proferita. Però la dice, e quella parola, sospesa nel vuoto di un presente che non ha più senso, di un passato irraggiungibile e di un futuro inutile, mi dice che Alice è ancora Alice.

I punti forti di Still Alice secondo me sono due: intanto la collaborazione dei due registi (Glatzer e Westmoreland), che poteva dare luogo a una pellicola schizofrenica, si è invece rivelata più che dignitosa; naturalmente il vero punto forte è l’interpretazione della Moore, che svetta miglia al di sopra rispetto a quella di Baldwin e Stewart e mi convince oltre modo: la bellissima rossa 54enne è assolutamente credibile, e mai eccessiva, nell’espressione del terribile susseguirsi delle emozioni nel suo personaggio, fino alla fine, in cui Alice vive sepolta nell’incolore apatia, nella perdita della sua vita emotiva, in un sentimento che non è nessun sentimento di nessuna persona e che per questo è senza dubbio il più difficile da impersonare.

Per quest’interpretazione Julianne Moore ha vinto il Golden Globe come Miglior attrice in un film drammatico ed è candidata al Premio Oscar come Miglior attrice protagonista. Quel 22 Febbraio, sera della consegna delle statuette, le auguro di vincere il suo premio. Brava, brava, brava!

Gabriele Flamigni per Radioeco

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