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Recensione The end of the tour

Al Festival di Roma ci siamo innamorati di tanti film. Uno di questi è The End of the tour, un film on the road dal sapore intimistico volto alla ricerca sulla vera identità di David Foster Wallace. Qui la nostra recensione.

David Foster Wallace è stato un genio della letteratura americana. Giudizio del tutto soggettivo il mio, opinabile certo, ma se c’è qualcuno tra voi che abbia letto Infinite Gest sicuramente sa da che nucleo fondativo prende corpo questo mio pensiero. E tra chi, come me, ha avuto modo di leggere questo capolavoro e condividere un commento non molto dissimile dal mio è stato un certo David Lipsky che nel lontano 1996 per ben cinque giorni ebbe perfino l’onore di affiancare lo stesso Wallace durante il tour promozionale di Infinite Jest. Da quell’incontro sarebbe scaturito prima un romanzo che ora, a sette anni e più di distanza dalla morte di Wallace, fa venire quasi i brividi; poi è toccato a un film, presentato prima al Sundance e in seguito al Roma Film Festival. Questo film è intitolato The End of the Tour.

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È bene sottolineare che il tour del titolo non è solo quello a cui Lipsky prese parte insieme a Wallace, ma è anche quello della vita, dell’esistenza dello stesso scrittore che va appunto a finire (“the end”) in una giornata di agosto del 2008. A fare da incipit della storia è proprio la notizia del suicidio di Wallace (Jason Segel) che colpisce come un pugno nello stomaco David (Jesse Eisenberg); è un sinistro così potente da farlo atterrire e cadere nel vortice della memoria. Ecco allora che da questo preciso momento l’intreccio prende vita dinnanzi a noi, la sua struttura narrativa è tutta giocata in analessi, gettata lungo il viale dei ricordi. Ci troviamo catapultati indietro nel tempo, nel 1996, intenti a inseguire un giovane Lipski quando, inviato dalla rivista Rolling Stone, si presenta con latente imbarazzo a quello che fu da subito acclamato dalla critica come un nuovo e geniale esponente della letteratura contemporanea (il New York Times lo definì addirittura «l’Èmile Zola del nuovo millennio»). E lo continuiamo a seguire quando con Wallace intraprende gli interminabili viaggi in auto, con il registratore sempre in mano, pronto a cogliere una qualsiasi dichiarazione dello scrittore senza perdersi nemmeno una parola. Perché di parole Wallace ne proferisce veramente poche. Sembra quasi un paradosso constatare quanto un uomo nelle vesti di scrittore riesca a dar vita a un tomo di 1400 pagine, mentre una volta svestitosi di tali abiti e indossata la sua immancabile bandana, si chiuda nella più muta insicurezza e tacita diffidenza. In questo viaggio allora la promozione del libro non diventa altro che un mero pretesto volto a rappresentare in myse en abyme, un altro viaggio, un’odissea interiore con cui scoprire, tappa dopo tappa, i luoghi ancora inesplorati e tenuti ben nascosti da Wallace. Nel mezzo, a colmare la distanza che li separa dalla meta successiva è un continuo confronto tra i due, un testa a testa durante il quale i due si studiano, si avvicinano, si allontanano, si affrontano per poi unirsi di nuovo. L’allievo che sfida il maestro, lo analizza, cerca di estrapolare oltre alla sua vera natura, anche qualche implicito segreto professionale. Una sfida intellettuale tra due menti capaci di inventare e raccontare con disinvoltura le vite di altri, ma così incapaci di narrare le proprie, dissimulando e nascondendosi dietro ambigue risposte e battute svianti. Una sfida tra intervistatore e intervistato che non può non richiamare quella giocata tra Truffaut e Hitchcock e proprio come in quella celebre intervista, anche qui avremo, pur se per pochissimi attimi, un’apertura del protagonista prima che ritorni a rinchiudersi nel suo guscio.

Panorama

Panorama

Interessante notare come in questo viaggio la macchina da presa di Ponsoldt non si faccia terza passeggera. Ponsoldt si fa piuttosto testimone di una realtà finzionale che non vuole assolutamente eleggersi a documentario, o a biopic panegirico. Registra gli eventi dalla dovuta distanza, senza farsi troppo invadente. Il suo modo di muoversi, sempre così discreto, carica l’opera di una certa eleganza e commossa malinconia, permettendosi di avvicinarsi ai personaggi solo quando è forte l’esigenza di indagare in una maniera più approfondita di quanto facciano le parole, sia la natura e l’essere di Wallace, che di David. I due protagonisti sono incarnati da due attori che sanno come calarsi interamente nel proprio personaggio, facilitando a tutti gli effetti l’immedesimazione spettatoriale. In particolare sorprende la performance di Jason Segel nei panni di Wallace. Chissà cosa avrebbe pensato lo scrittore nel venire a sapere non solo che sarebbe divenuto materiale di produzione cinematografica, ma anche che a interpretarlo sarebbe stato un attore comico. Lui, dalla personalità così riservata, che preferiva far pensare piuttosto che far ridere, interpretato da un comico! Eppure Segel sorprende per la sincera ammirazione con cui ha prestato i panni a tale scomodo personaggio. Non si è tirato indietro e ha coraggiosamente accettato tale sfida uscendone comunque vincitore. L’attore riesce a rendere perfettamente giustizia a Wallace senza cadere nella facile interpretazione caricaturale, o nella imitazione come invece si temeva. Si denota uno studio a fondo del personaggio, soprattutto nel modo in cui abbassa timidamente gli occhi, o svia il proprio sguardo sfuggevole da quello degli altri, tenendo benissimo testa a un Eisenberg che con ruoli come questi naviga sempre in un brodo di giuggiole.

A livello più tecnico bisogna sottolineare quanto forte si percepisca a livello fotografico la presenza di una specie di patina che rende gli eventi quasi sospesi. A mio parere non è altro che la traduzione visiva di quel velo di malinconia che va ad avvolgere l’insorgere di un ricordo; sono ricordi sinceri, privi di censure o di rimozione freudiana. Sono ricordi carichi di nostalgia per un tempo che fu e che mai ritornerà. Di un viaggio che nella sua tappa finale ha portato Wallace a far ritorno alla propria Itaca interiore (il gioco di metafore è ben voluto dato che lo scrittore nacque appunto a Ithaca), a quel disvelamento del suo status di genio che forse a lui andava troppo stretto e che congiuntamente a quella celebrità che lui mal digeriva lo hanno portato alla morte.

Perché questo Wallace era. Un genio. Come diceva Lipski «non apri un libro di mille pagine perché hai sentito che l’autore è un uomo normale: lo fai perché è geniale».

Elisa Torsiello per Radioeco

 

 

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