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Recensione: The Greatest Showman

A Natale lasciatevi travolgere da uno spettacolo capace di conquistare tutti i vostri spettri sensoriali: The Greatest Showman. Qui la nostra recensione.

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Una nota; un primissimo piano sul volto di Hugh Jackman; l’attacco di una canzone, ed ecco che lo spettatore si ritrova immediatamente trasportato nella spettacolare vita (o vita sotto forma di spettacolo) di P.T. Barnum, il più grande showman di tutti i tempi.

Da Moulin Rouge! a Freaks, sono molte le influenze che, abbracciandosi in un’unione visiva perfettamente concepita, danno vita a un biopic in cui il mondo dell’arte in ogni suo spettro, e il concetto di uguaglianza, fanno da basi fondanti di una messa in scena sostenuta da una regia dinamica e perfettamente sincronizzata ai brani e coreografie qui portate sullo schermo.

Per gli amanti del musical, The Greatest Showman soddisferà appieno ogni singola aspettativa. Ottimo compendio di tutti gli elementi che hanno reso unico questo genere cinematografico, il film offre canzoni orecchiabili e dense di significato; balletti che sfidano la forza di gravità e ben supportati da una regia attenta a cogliere ogni singolo movimento e tagli di montaggio abili nel comunicare all’ennesima potenza il senso di ritmo; attori (uno su tutti lui, uno degli interpreti più completi degli ultimi anni, ossia Hugh Jackman) che vantano prove canore da veri professionisti; e ultima, ma non meno importante, una fotografia (firmata da un visionario come Seamus McGarvey) tutta giocata sul contrasto tra tonalità calde e accese (che rimarcano così la spettacolarità dell’esistenza di Barnum), e colori più freddi (impiegati per alludere a un’atmosfera onirica, relegata all’aspetto del sogno). Si viene così a creare il perfetto connubio tra una vita spesa a rincorrere i propri desideri, e la difficoltà di non lasciarseli scappare dalle uscite di emergenza del proprio spettacolo, a causa della propria ambizione.

Per chi invece non vive di soli musical, può essere che The Greatest Showman appaia come un’unione di elementi tecnici, scenografici e registici che, se presi separatamente, risultano ineccepibili, ma una volta uniti tra di loro, perdono di purezza, andando così ad intaccare negativamente la buona riuscita dell’opera. Ciò non significa che il film di Michael Gracey non sia un buon film, semplicemente è un’opera che non offre nulla più, e nulla meno, di quanto già visto in precedenza. Gracey non è Luhrmann, e nemmeno un Chazelle , o un Edgar Wright (il montaggio di un film come Baby Driver rende un musical un film nato come action movie), ciononostante questo giovane regista ha dimostrato di saper donare il giusto ritmo al film, grazie anche a precisi e ben studiati movimenti di macchina, il che fa ben sperare per il futuro.

Per portare in scena un grande uomo di spettacolo ci voleva un grande del cinema, capace di passare dal drammatico al comico nell’arco di un passo di danza. Hugh Jackman è perfettamente nel ruolo, quello che si è trovato tra le mani è un mondo cinematografico perfettamente cucitogli addosso. Il P.T. Barnum creato dall’inchiostro della sceneggiatura, prende vita grazie a lui, rendendo tangibili non solo le sue debolezze ed estenuanti lotte interne, quanto soprattutto la voglia di sorprendere e far vivere – seppur di riflesso – i propri successi anche a chi era destinato a un’esistenza infelice.

the greatest showmanSpesso e volentieri il non trascurabile concetto di tolleranza e lotta per l’uguaglianza, incarnato dai personaggi che animano il teatro di Barnum, e che stanno alla base del suo successo, viene facilmente perso di vista e relegato al semplice ruolo di sottotrama. Salvati da una plausibile vita da reietti, ed elevati al ruolo di comprimari nell’universo circense di Barnum, i “freak” che compaiono in scena vantano ognuno una propria unicità e sono pertanto degni di un giusto approfondimento narrativo che è finito per mancare. Certo, il film nasce con pretesti differenti, ma mai come oggi si sente forte la necessità di trattare tali tematiche, in un mondo in cui il bullismo e la paura per il diverso la fa da padrona; non è pertanto sufficiente l’esecuzione di un semplice brano (“This is me”) per evidenziare quanto dietro la diversità, o deformità, di ogni singolo uomo o donna che ha fatto parte del successo di Barnum, si nasconde molto più che una decina di centimetri in più rispetto alla norma, o una peluria fuori dal normale. Per il resto The Greatest Showman ha centrato il suo obiettivo: intrattenere commovendo e facendo sorridere il proprio pubblico. Proprio come faceva P.T. Barnum.

Voto: 7 

Elisa Torsiello per Radioeco

 

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