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Recensione: The Hateful Eight, di Quentin Tarantino

The Hateful Eight è l’ottavo film di Quentin Tarantino, appena uscito nelle sale di tutto il mondo, ed è girato in 70mm, come non accadeva da più di 50 anni. Ovviamente in puro stile pulp: un Le Iene in chiave western.

La macchina si muove lenta, mentre inquadra un Cristo crocifisso ricoperto di neve. C’è una forte bufera, ed è impossibile spostarsi se non in carrozza. Il caso vuole che il Magg. Marquis Warren (Samuel L. Jackson), rimasto senza cavallo, si trovi proprio sul tragitto percorso dalla carrozza di John Ruth (Kurt Russell), diretto verso la città di Red Rock per consegnare la latitante Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), per una taglia di 10.000 dollari. Anche il Magg. Warren è un cacciatore di taglie, e dopo aver convinto Ruth a farsi dare un passaggio fino a Red Rock, i due si imbattono in un altro uomo disperso nella neve, Chris Mannix (Walton Goggins), che dice di essere il nuovo sceriffo della città verso cui sono diretti. Per passare la notte fanno tappa all’emporio di Minnie, ma una volta arrivati si vedono accolti dalla presenza di quattro facce mai viste prima.

Hateful Eight

movieplayer.it

Gli ingredienti ci sono tutti: unico luogo, personaggi violenti, armi. L’ottavo film di Quentin Tarantino è ancora un western, ma a differenza di Django Unchained torna ad avere un luogo chiuso come “teatro” principale dell’intera vicenda. Facile pensare subito a un Le Iene in salsa western, come proprio lui ha definito The Hateful Eight alla conferenza stampa di presentazione a Roma.

E anche qui la recita ha un ruolo centrale: per raggiungere il loro scopo i personaggi devono essere credibili in quello che dicono di essere. A Tarantino piace mettere alla prova i suoi personaggi, e sempre in conferenza ha ricordato una sorta di parallelismo con Bastardi senza gloria, in cui Shosanna sopravvive perché è un’ottima attrice, mentre Aldo Raine, pessimo attore, si salva proprio perché può essere solo sé stesso.

Hateful Eight

ilgiornale.it

 

Parallelismi e (auto)citazioni come sappiamo sono il pane quotidiano del buon Quentin, che anche qui con frasi chiave omaggia sue opere precedenti, e incornicia le gesta degli otto odiosi con la colonna sonora del suo mito Ennio Morricone finalmente convinto ad essere parte del progetto. Ma al di là della forma, ancora così meravigliosamente pulp come solo lui sa fare, The Hateful Eight è una potente metafora tra un tempo lontano e la condizione attuale della società americana.
Siamo dopo la Guerra di secessione americana, e i dissidi interni sono ancora vernice fresca negli Stati Uniti di Abraham Lincoln. L’abolizione della schiavitù ha ancora moltissimi oppositori, rappresentati dal Generale Sanford Smithers (Bruce Dern) che si scontra ferocemente con il Maggiore Warren, avendo partecipato alla guerra civile su fronti contrapposti. Sudisti contro nordisti, ma anche senso di giustizia.
Un’altra questione fondamentale viene fissata per bocca di Osvaldo Mobray (Tim Roth): la giustizia. Mobray, “il boia”, riflette che la morte di Daisy Domergue, come quella di tutti i condannati, avverrà per mano di una persona totalmente estranea, emotivamente non coinvolta. Agire senza passione: è solo così che la giustizia assume pienamente il suo alto compito. Una riflessione valida tuttora, se si pensa agli Stati che prevedono ancora la pena di morte. E qui sta la grandezza delle opere di Tarantino: prendere e rubare da qualsiasi fonte di ispirazione, rimescolare tutto e creare qualcosa di fortemente personale, di identificabile. E soprattutto di altamente intellettuale.

The Hateful Eight è un giallo travestito da western che tiene la tensione sempre alta, dove gli sguardi dicono più delle parole e il sadismo convive con la commozione, mentre tutto scorre senza fretta. Lento come la melassa.

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