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[Recensione] The Knick

L’11 Novembre il canale Sky Atlantic trametterà in anteprimaper l’Italia la serie The Knick; noi abbiamo avuto il piacere di vederla in anteprima al Festival del cinema di Roma. Ecco cosa ne pensiamo.

The-KnickC’era una volta un mondo chiamato cinema. Per quasi 30 anni esso dominò incontrastato i sogni ad occhi aperti di milioni di spettatori, fino a quando, alla fine degli anni ’20, gli nacque una piccola sorellina: la televisione. Questa nascita non ostacolò più di tanto l’ascesa al successo del cinema, nonostante, in un angolo, piano piano, la piccola televisione iniziò a crearsi uno spazio tutto suo, arrivando perfino a vantare una buona schiera di affezionati e fedelissimi spettatori. Ci fu quasi una sorta di confine tra questi due mondi fratelli: uno non invadeva il campo dell’altro e gli scambi tra i due sembravano rarissimi, se non nulli. Certo, poteva benissimo capitare che qualche appartenente al mondo della televisione, ottenendo talmente tanti consensi e fans, potesse decidere di abbandonare questa piccola creatura, per farsi cullare dal successo e dalla fama planetaria garantita dal suo fratello maggiore cinema. Stanca di essere semplicemente usata come mero trampolino di lancio, la televisione decise di vendicarsi e, da qualche anno a questa parte, ha iniziato a chiamare al suo cospetto membri e fedelissimi lavoratori del fratello cinema – dai registi, agli attori, arrivando perfino agli sceneggiatori – per fare il grande passo e riuscire, una volta tanto, ad essere amata e celebrata allo stesso modo del fratello.

Questa, che di primo acchito potrebbe apparire come una bella favoletta da raccontare a qualche bambino prima di andare a letto, altro non è invece che un modo come un altro per darvi un’idea della situazione attuale delle serie TV: da grandi vetrine nate per far conoscere talenti nascosti – i quali prima o tardi finiranno per essere rubati e “sfruttati” dal mondo del cinema – esse oggi stanno sempre più migliorando a livello qualitativo, tanto da proporre al proprio pubblico non più micro-storie seriali, girate senza grandi pretese da un punto di vista registico e attoriale e da incastonare in una grande macro storia di più o meno interesse narrativo, bensì mediometraggi degni di essere qualificati come micro-film.

Attori, registi, produttori, (addetti alla fotografia addirittura!) a oggi non hanno più paura di sperimentare e incrementare il proprio curriculum affrontando il mondo, fino ad allora snobbato, di quello che una volta era chiamato “tubo catodico”. Se ad aprire le danze ci pensò Martin Scorsese, che nel 2010 produsse e diresse il pilot di Boardwalk Empire - serie con protagonisti nomi del calibro di Steve Buscemi, Michael Pitt e Michael Shannon – a seguire tali orme fu David Fincher, il quale l’anno scorso diresse le prime due puntate di House of Cards, serie-cult portata al successo grazie a due attori come Kevin Spacey e Robin Wright. Ovviamente questa moda dirompente, che ha portato grandi attori sul piccolo schermo, ha intaccato anche le commedie seriali, ed ecco allora che siamo finiti col passare, una volta la settimana, una serata con Elijah Wood (l’indimenticabile Frodo del Signore degli Anelli) protagonista della serie demenziale Wilfred, e un’altra col faccione di Jason Schwartzman (l’attore feticcio di Wes Anderson) attore principale in Bored to death.

Ultima, in ordine di apparizione sul piccolo schermo, è The Knick, serie diretta da Steven Soderbergh e con protagonista Clive Owen. La serie, già divenuta un caso mediatico in USA e Inghilterra, vede sviluppare le sue trame narrative attorno alla storia del chirurgo John Thackery (Clive Owen), personaggio ispirato dal chirurgo William Stewart Halsted, al quale (dicono) si deve la nascita della chirurgia moderna.

Lo so. Di serie mediche, o incentrate sulle figure di dottori, ne abbiamo le tasche piene. Eppure The Knick è riuscita nell’intento di far suo un genere narrativo così utilizzato, per poi rivoluzionarlo completamente. Scordatevi pertanto le storie mielose e commoventi a cui ci ha abituato Grey’s Anatomy; per non parlare delle divertenti avventure di JD e soci in Scrubs; in The Knick non troverete niente di tutto questo, se non tanto sangue; e quando dico “tanto” intendo una valanga di sangue. Lo stesso dottor Thackery non ha niente del dolce, comprensivo e amato da tutti dottor Green di E.R, e manco del protettivo e romantico Sheperd di Grey’s Anatomy; Thackery è un dottor serioso, ambizioso, poco incline all’umorismo, cinico e completamente dipendente da sostanze stupefacenti come la cocaina; insomma è un Dottor House dei primi ‘900, ma ancora più “incazzoso”.

La serie nel suo complesso è un vortice di emozioni: stupore, suspense, fascinazione, ma soprattutto tanto orrore. Impressionanti e crudelmente realistiche le scene delle operazioni chirurgiche, così come impressionante e del tutto convincente è stata la prova attoriale di Clive Owen. L’attore inglese sembra oramai essersi trovato a suo agio nel dar vita a personaggi così impostati, seri e dalla morale fortemente discutibile. Mai sopra le righe, neanche nelle scene più drammaticamente elevate, Owen si porta a casa gli applausi e le critiche positive da parte di spettatori estasiati dalla sua performance perfetta. Non così perfetta è stata invece la direzione di Steven Soderbergh. Per quanto riguarda il pilot nulla da dire: le angolazioni, i tipi di inquadrature, con quei passaggi da primi piani a campi medi distorti – sono prove di qualità che da un regista come Soderbergh quasi quasi non ti aspetti. Poi arrivano gli episodi dal numero 2 al 7 e la noia (registicamente parlando ovviamente) regna sovrana. Soderbergh ricade nel suo solito errore: una volta che ha un’intuizione geniale, tende a ripterla all’infinito, arrivando ad annoiare visivamente il pubblico. Per fortuna a sollevare la morale degli spettatori ci pensano gli ultimi due episodi, anche se tale ventata di freschezza più che alle scelte fatte a livello registico, sarebbe meglio attribuirle ai risvolti narrativi offerti da una sceneggiatura impeccabile e una musica incalzante, in perfetto sincrono con i momenti di climax raggiunti.

Ora lo so che qualcuno potrebbe controbattere tutto ciò affermando che, alla fine, si tratta di una produzione destinata a un pubblico televisivo, pertanto non necessita particolarmente di tante trovate a livello registico. Io credo fermamente invece che, se un regista è dotato di grande talento e di ottime intuizioni, le sue opere di tale genialità ne andranno a risentire, sia che esse siano destinate al cinema, che alla televisione. Il fatto che Soderbergh, ad eccezione del primo episodio, non abbia lasciato a bocca aperta lo spettatore -registicamente parlando - la dice lunga sul suo essere un regista non dico sopravvalutato, ma mediocre, quello sì. Non lo ringrazierò comunque mai abbastanza per aver dato vita a una serie come The Knick e per aver scelto Clive Owen come protagonista; almeno in questo si è dimostrato un regista da 10 e lode.

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Elisa Torsiello

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