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[RECENSIONE] The Strokes – Comedown Machine

The Strokes - Comedown Machine

E’ possibile giudicare un disco degli Strokes senza citare Is This It? No, sarebbe come chiedere a Julian Casablancas di essere modesto e affabile. Per questo ogni volta i paragoni con il loro primo (e unico) capolavoro si sprecano. Ormai si valutano solo le percentuali di melodie pop riuscite, echi di Velvet Underground, voci distorte. C’è anche coolness a palate, certo. Da sempre il look e l’atteggiamento di indolente strafottenza sono capisaldi nella carriera degli Strokes. Anche la copertina del loro quinto lavoro, Comedown Machine, denota una particolare attenzione al design, con la scelta di un “retro low-profile” molto accattivante.

L’album parte subito forte con due tra i pezzi migliori: Tap Out e All The Time. Niente di originale, solo Strokes che suonano da Strokes. Però divertono.

Proseguendo troviamo qualche idea nuova abbozzata qua e là, ma i nostri non sembrano mai particolarmente convinti. Quasi come se fossero timidi tentativi di sfuggire dalla loro iconografia tramutatasi in prigione dorata. 50/50 ci dà una bella scossa di garage rock, anche se il riff di fine ritornello è quasi identico a quello finale di Celebration Day in Led Zeppelin III. Subito dopo arrivano le dolenti note: il trittico Slow Animals, Partners In Crime e Chances è dimenticabile e velleitario. Il falsetto di Casablancas non porta da nessuna parte, complice un Nikolai Fraiture al basso meno incisivo del solito.

E proprio quando cominciamo a rimpiangere i vecchi fasti, interviene la riuscita Happy Ending a consolarci, e poi il sorprendente epilogo Call It Fate, Call It Karma. Melodie anni ’50 ci cullano in un’atmosfera suggestiva avvolta da una voce malinconica che si fa quasi femminile. Sembra quasi di vedere la ex diva di turno dal passato glorioso ritrovatasi ad esibirsi in un locale di pin-up dalle luci soffuse appoggiata al pianoforte in abiti succinti, cercando di sfruttare al meglio quella delicata fase di età non più giovane ma non ancora da pensionamento. Visioni melanconiche a parte, questo brano appare come l’unica vera idea degna di nota in un disco comunque onesto e non eccessivamente pretenzioso.

Ma qui arriviamo al punto: fino a quanto gli Strokes possono permettersi di trascinarsi in questo limbo? Quanto dobbiamo aspettarci ancora da loro? Vogliono fare la fine della ex diva sopraccitata? Finora hanno saputo divertirci, vedremo se finalmente sapranno emozionarci.

Iacopo Galli

Redazione musicale

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