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Recensione The Walk

Recensione The Walk. Il successo non cammina

The-Walk-2015-01

Una still dal film The Walk

 

Un piede che esitante deve decidere di compiere un passo.
Una corda, tesa e all’apparenza così instabile, posta a collegare le torri gemelle di New York.
Un uomo, il francese Philippe Petit, pronto a entrare nella storia per aver deciso con follia, e quel tocco di incoscienza fanciullesca, di compiere proprio quel passo su quella corda tesa, per poi attraversare per ben otto volte quella linea, fino ad allora solo immaginaria, che collegava le Twin Towers ancora in via di costruzione.
No, non stiamo parlando di fantascienza, ma di un sogno, un sogno che alle prime luci dell’alba del 7 agosto 1974 Philippe Petit tramutò in realtà.
Quel sogno, vestitosi poi coi panni dell’impresa, era talmente incredibile, affascinante e carico di forza illusionistica, che risultò impossibile non attirare verso di sè le luci sfavillanti di Hollywood. Tutto nell’operato di Petit sprigionava quella stessa scia di illusione che ci spinge, nei panni di spettatori, a rimanere fermi immobili e a bocca aperta a fissare uno schermo cinematografico. Il passaggio da realtà a opera cinematografica era breve dicevamo. E fu così che nelle mani del regista Robert Zemeckis la camminata sul filo che collegava quelle due torri che fino all’11 settembre troneggiavano imponenti su New York, si è tramutata in The Walk, il film uscito in Italia il 22 Novembre 2015 e presentato qualche giorno fa al Roma Film Festival.
Partendo da tutti questi preamboli e vari presupposti la via dell’ennesimo capolavoro per il regista di Forrest Gump sembrava spianata. E invece no. Qualcosa è andato storto. Il filo della perfezione per Zemeckis ha cominciato a traballare, ondulare, per poi spezzarsi.
Uno dei grandi passi falsi compiuti a mio avviso da Zemeckis si palesa immediatamente nell’incipit del film: far raccontare in prima persona dal personaggio di Petit (Joseph Gordon-Levitt) facendolo non solo guardare in camera, ma a comunicare anche con lo spettatore (cercando perfino di farlo ridere con risultati alquanto imbarazzanti). Così facendo si ha l’impressione che il regista abbia forzatamente voluto sottendere quella vena documentarista che caratterizza il ben più riuscito Man on the Wire, documentario vincitore del premio Oscar nel 2009 che trattò con molta più empatia e tatto la medesima storia.
Insomma, non era certo questo il modo più consono, visto il tema trattato, per stabilire un rapporto con il proprio pubblico. Ci sta che il regista abbia cercato un modo alternativo su cui fondare il suo biopic, ma dato i mezzi a sua disposizione e la sensibilità di cui è dotato, Zemeckis aveva tutte le carte in tavola per lasciare che la storia si raccontasse da sola, senza i continui interventi del narratore interno in voice over, ma soprattutto senza gli stacchi fatti sul suo volto del protagonista intento a raccontare, col susseguente risultato di interrompere l’intreccio e spezzare la magia. A differenza di quanto succede in Forrest Gump dove il raccontare in prima persona a vari sconosciuti la propria vita è un pretesto per innescare L’incipit del film, qui tale scelta ai fini del racconto non convince. Oltre che la propria vita Petit sta raccontando un sogno, il suo sogno. L’illusione che lo spettatore possa far parte di tale mondo, assistendo a come la sfera onirica possa mescolarsi a quella reale nella realizzazione di grandi imprese, è qui come non mai il flusso catalizzatore del film. Facendo invece rivolgere il proprio personaggio direttamente allo spettatore, Zemeckis ha commesso l’errore più grande che un film così improntato sull’illusione potesse mai fare: ha reciso quel filo che, in maniera ancora più fragile di quello su cui ha camminato Petit, unisce sogno a realtà. Scompare così per il pubblico ogni possibilità di immedesimazione col personaggio. Se poi a tutto ciò ci aggiungiamo un’inutile sproloquio e noiose spiegazioni su come i vari cavi fossero stati montati e l’impalcatura preparata, ogni rapporto empatico col personaggio cessa. Il pubblico non vuole sapere come il progetto sia stato realizzato e a che distanza furono messi i vari cavi. A queste domande ci ha già pensato il documentario a fornire una risposta. Il film ha fallito nel rispondere a quesiti ben più importanti e umanamente più essenziali quali “come si è sentito veramente Petit mentre compieva quei passi? Cosa ha provato realmente? Ansia? Paura?”. Tutte domande ancora prive di risposta. Per quanto Joseph Gordon-Levitt sia stato bravo a calarsi nei panni di Philippe (nonostante la poca somiglianza fisica tra i due) durante il completamento della camminata lo spettatore è si preso da ciò che vede, ma soltanto a livello visivo. A livello sentimentale ed emotivo è calma piatta.
L’unica cosa che potrei suggerire a Zemeckis di fare è prendere la Delorean, tornare indietro nel tempo e aggiustare qualche cosina, tralasciando gli effetti visivi dato che il senso di vertigine e di vuoto è stato egregiamente riprodotto.
Insomma, a mio parere la camminata verso il successo per The Walk finisce qui, in una fredda sala del Festival del cinema di Roma.

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