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[RECENSIONE] The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese

wolf-of-wall-street-poster2-610x903The Wolf of Wall Street è una Ferrari a 300 km/h. The Wolf of Wall Street è un attacco di tachicardia. The Wolf of Wall Street è anche uno scioglilingua, ve ne sarete accorti ora alla terza ripetizione.

Tra gli effetti collaterali del cinema c’è quello di essere cresciuti nel mito di Gordon Gekko. Oliver Stone e Michael Douglas sferzarono un feroce attacco alla speculazione finanziaria con Wall Street nel 1987, e invece questo anti-eroe fu talmente accattivante da risultare un modello a cui ispirarsi.

Nella folta schiera degli ammiratori si trovava anche Jordan Belfort, che proprio nel 1987 approdava nella tanto agognata Wall Street come apprendista broker.

La sua vita fu così intensa da portarlo a scrivere un’autobiografia, da cui trae spunto il film.

Per interpretare l’esagitato broker Scorsese si affida di nuovo a Leonardo DiCaprio, dando vita alla quinta collaborazione tra i due.

Gordon Gekko (Michael Douglas)

Oltre a questo sodalizio (che molti paragonano a quello ben più corposo con Robert De Niro,

commettendo lo stesso sbaglio di chi paragona Messi a Maradona), c’è da dire che DiCaprio ha inanellato una serie di scelte grandemente impegnative, che hanno contribuito ad aumentare in modo esponenziale la sua autorevolezza. Mendes, Nolan, Eastwood, Tarantino e Luhrmann

sono i registi con cui ha lavorato solo negli ultimi 5 anni. Una costanza di rendimento altissima che richiede una tempra fuori dal normale. Visto qui nei panni di “Wolfy (soprannome dovuto al celebre articolo su Forbes riguardo all’ascesa di Belfort) non cede un centimetro alla pressione cui ormai sembra abituato. Folle, empatico, viveur, è in totale sintonia con i maschi dominanti scorsesiani, costantemente sopra le righe per sfuggire ad un’irrequietezza di fondo che è il motore della loro bramosia di vita.

Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio)

Uno dei limiti di DiCaprio è l’aspetto giovanile, quasi fanciullesco, che lo penalizza inevitabilmente in quanto a virilità. Qui però non sussiste il problema, dato che, alla soglia dei 40 anni, è credibilissimo nell’impersonare un rampante 26enne. Funziona molto bene, sia nei momenti di up (i discorsi ai dipendenti della Stratton), sia nei momenti più stoner (la rasentata overdose di quaalude su tutti). Si cuce su misura la chiave farsesca del film per rendere al meglio il fascino carismatico di un dittator cortese, un leader affabulatore che trae la sua forza da una sorta di simbiosi tra lui e i suoi “sudditi”. Ama essere amato, e a sua volta li ama, contraccambiato. È il rovescio della medaglia di Patrick Bateman. La sua bramosia di “eccedere nell’eccesso” sempre in compagnia mostra il suo puerile entusiasmo nella condivisione di droghe e orgasmi con i compari, che per certi versi rimanda a quel «Happiness is real only when shared» di Into the Wild (senza dubbio alleggerito dai significati più aulici).

I personaggi di cui è contornato invece sembrano tanti piccoli Joe Pesci…rossi (chi ha visto il film la capisce, forse). Animati da esuberanza pazzoide, che saltano, sbraitano, scopano e si drogano, ma senza restituire allo spettatore uno spessore drammaturgico come l’attore italo-americano aveva saputo fare così bene da valergli un Oscar (1991).

Il bravissimo Jonah Hill non viene sfruttato al meglio: costantemente in mood Una notte da leoni appare come una scopiazzatura di Alan (Zach Galifianakis), tanto da far venire il dubbio, quando è in scena, che si tratti di uno spin-off.

Se per una volta Martin si risparmia il consueto cameo, è curioso come ci siano ben due registi impiegati come attori: Rob Reiner (nei panni dell’irascibile Belfort senior) e Jon Favreau (eccessivamente tagliato in post produzione). Entrambi non nuovi a partecipazioni del genere, il primo era anche nel cast di Pallottole su Broadway di Woody Allen, mentre il secondo nasce proprio come interprete (recuperate Swingers, con un loquacissimo Vince Vaughn agli inizi).

La parabola è quella vista e rivista del protagonista sfavillante nei suoi eccessi, gaudente del proprio esibizionismo, che è lo stesso che racconta con voce fuori campo. Il fermo immagine iniziale, tipico, dove Scorsese cita se stesso, è il preludio ad un wannabe Goodfellas 2.0 che non fa presagire niente di buono. In realtà il film si libera dalle maglie dei precedenti illustri solo a tratti, grazie alle intuizioni più riuscite. Poi la fase del declino, la collaborazione forzata con l’FBI, macchine scassate e il divorzio con figlia vittima incolpevole e inconsapevole, sono tutti momenti già ampiamente fissati a imperitura memoria grazie ai precedenti illustri di cui sopra.


L’ora finale, in cui, diciamolo, incombe il rischio noia (tanto temuto dal regista, tale da gonfiare la storia di imprecisate sottotrame) non è per niente aiutata dall’entrata in scena di Jean Dujardin, che avevamo lasciato mito del cinema muto in declino (anch’egli insignito della preziosa statuetta) per ritrovarlo qui in veste di banchiere collaborazionista. Non tanto per l’interpretazione, quanto per la scrittura del personaggio, il più debole dell’intera sceneggiatura (dove all’arresto fa una vera figura da coglione, tanto per usare un eufemismo).

Totalmente opposto l’esito dell’altra guest star che appare invece all’inizio della storia: la lucidità sballata di Matthew McConaughey raggiunge picchi di nonsense così alti da rubare la scena al protagonista, sorretto stavolta da battute azzeccate e da una maturazione attoriale definitivamente raggiunta. Al mantra sussurrato scandito dai pugni sul petto si prova una strana sensazione: la sensazione di assistere ad una futura scena cult. Questo è grande cinema.

Ma oltre a questo cos’ha di positivo questo Wolf of Wall Street? Nient’altro? La moglie di Belfort? No, no. Molto di più. Non che Naomi (Margot Robbie) sia poco. Ma il film ha di buono la ritrovata voglia, da parte di un regista prossimo ai 70 (e agli oltre 30 lungometraggi diretti, tra film e documentari), di essere graffiante, di far vibrare lo schermo, di tornare a raccontare gesta epiche nella loro oscenità. Libero da castrazioni delle major, il regista italo-americano si auto-produce (con DiCaprio) e dà fondo al visceralismo febbrile (e molto maschile) che lo ha contraddistinto da sempre.

Il pensiero va inevitabilmente, con una certa malinconia, ai ragazzi di Henry Hill e Sam “Ace” Rothstein, la cui caratura  resta comunque irraggiungibile. Quindi risulta come se Scorsese facesse Scorsese? Sì, lui lo sa, ma se ne frega. Anzi, va oltre. Come a dire: chi fa i gangsta-movies meglio di me? E ora alzo ancora l’asticella dell’inenarrabile. Ciò lo ha portato ad un’eccessiva indulgenza verso i suoi personaggi, dove la relazione tra dannazione e redenzione è prepotentemente sbilanciata a favore della prima. Effetti collaterali del cinema, come dicevamo in principio. Ma, pirandellianamente, così è se vi pare.

Iacopo Galli

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