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[RECENSIONE] U2 – Songs of innocence

U2_songsEsistono delle aspettative ben precise nei lettori del blog di una radio universitaria. Per esempio dire che tutto ciò che è indipendente è bello, buono e giusto. E come controcanto asserire che le grandi produzioni e il capitalismo delle major sono il male. Ecco, se queste sono le aspettative, immagino che voi ora stiate attendendo che io spali merda su Songs of innocence, il tredicesimo album degli U2, uscito il 9 settembre, in contemporanea con la presentazione dell’iPhone 6 e iWatch.

Mi dispiace deludere le vostre aspettative, perché lo sport del linciaggio degli U2 è diventato sin troppo praticato, a tal punto da essere stucchevole nella proliferazione delle stesse osservazioni critiche dai tempi di POP. Gli U2 non sempre ci hanno rifilato negli anni la stessa polpetta, ed essere incapaci – per esempio – di notare il gradevole trend di crescita artistica che rappresentò No line on the horizon è sintomo di cattiva coscienza, perché quel disco rappresentava una sincera rottura con la tradizione dell’epica paracula di How to dismantle an atomic bomb.

Come giudicare dunque quest’ultimo atto della carriera del quartetto di Dublino? Possiamo spendere tutto il veleno che vogliamo sul fatto che un gruppo che faceva punk nel 1979 si ritrovi oggi a fare un siparietto imbarazzante accanto a Tim Cook, sul palco di una delle aziende più ricche del pianeta. Possiamo anche strapparci le vesti per il metodo con cui l’album, in modo coatto e inatteso, si è infilato in ogni libreria iTunes degli oltre 500.000 di utenti attivi in tutto il mondo. L’operazione tanto odiosa quanto efficace dovrebbe infatti funzionare da moltiplicatore d’immagine sia per i prodotti Apple che per quelli U2 (tour e promozione del disco fisico).

Tutto questo basterebbe ad impedire qualsiasi considerazione artistica. E invece di questo disco si può e si deve parlare in quanto opera musicale, sorvolando per una volta su questo pasticcio che ha fatto inorridire parecchia gente, me compreso. D’altra parte il principio di base che ha ispirato Bono e soci non è dissimile dalle band emergenti che mettono il loro disco in free download su Rockit o rendono disponibile lo streaming su Spotify. Almeno qui gli U2 si sono fatti pagare da Apple, e dal 13 ottobre in poi si faranno anche pagare dai fan. I gruppi emergenti possono dire lo stesso? Non si fanno pagare e si fanno peraltro dimenticare nel mare magnum della musica gratuita.

Il disco – prodotto da Danger Mouse – si stacca un bel po’ dal percorso intrapreso con No Line on the horizon. È stato presentato ai fan e non come “il disco più personale che abbiamo scritto”. In parte è vero, ma solo nella misura in cui Bono si è confrontato con i miti della sua adolescenza, con i luoghi in cui è vissuto, con la donna che ha amato. Dal punto di vista del suono, gli arrangiamenti sono tutt’altro che personali. Si sente la mano pesante di Danger Mouse, che ha schiacciato letteralmente il suono di The Edge, Clayton e Mullen jr., spersonalizzandolo a favore di soluzioni che ammiccano in maniera non troppo convinta a Black Keys o Jack White nei momenti di sporcizia sonora, ai New Order negli episodi in cui la linea di basso è dominante, o agli Arcade Fire più demagogici nell’incedere di California.

Il disco è stilisticamente coeso, caratteristica assente nei precedenti lavori. Ma risulta sbilanciato, con una prima parte decisamente autocitazionista e una seconda parte più audace. Partiamo da The Miracle, un pezzo acchiappone, con coretti che dovrebbero portarci alla memoria Boy. E invece alla fine del pezzo ci rimane un po’ l’impressione che questo pezzo sia stato scritto per essere un jingle pubblicitario per gente che pratica air guitar ascoltando il suo iPod. La perplessità è mitigata solo dal buon arrangiamento.

Il pezzo migliore della prima parte è Every Breaking Wave, con una citazione neanche tanto velata a With or without you. Era un pezzo che avevano suonato dal vivo nel 2010, per quanto in versione solo voce e chitarra. Adesso arricchita dal resto della band risulta una delle punte del disco. Poi c’è California, canzone che celebra il primo viaggio della band in USA. Le citazioni dei Beach Boys si sprecano, ma il refrain è indigeribile, e il suono in generale è iperprodotto sino a risultare piuttosto fastidioso. Song for someone inizia con un bell’arpeggio che poi si sviluppa con un inciso in crescendo che – vi posso assicurare – farà cantare parecchi cori negli stadi. Un bel pop, senza infamia e senza lode. Non male neanche il testo: “If there is a light you can’t always see and there is a world we can’t always be. If there is a dark that we shouldn’t doubt and there is a light don’t let it go out”.

Il punto più intimo del disco arriva con Iris (Hold Me Close), brano che ripercorre la perdita della madre da parte di Bono, a soli 14 anni. La linea di basso, essenziale e cruda, può ricordare quella dei tempi di Indian Summer Sky. Volcano è un pezzo punk rallentato che non convince del tutto, ma rappresenta il punto in cui il disco cambia respiro. Segue infatti Raised of wolves, pezzo coraggioso per la tematica scelta (narra di un’autobomba esplosa a pochi passi dalla casa di Bono, quando era ancora bambino) e per le scelte più sperimentali per il suono e per l’effettistica applicata alla voce di Bono. Il pezzo piace al primo ascolto, e si allontana da quella iperproduzione orientata a creare colonne sonore per supermercati.

Altro pezzo che sorprende è Cedarwood Road, unico brano in cui comanda la chitarra quasi “surf” di The Edge, che detta tempi e modi dello sviluppo del pezzo. Aggressiva e dolce in un andamento sinusoidale, lasciando spazio a brevi interventi di piano sullo sfondo. Se avessero avuto tutti i pezzi un simile tiro ci troveremmo a recensire un disco da inserire nelle fasi migliori degli U2. Lo stesso stato d’animo di sorpresa lo provo di fronte a Sleep Like A Baby Tonight, un pezzo che porta con se tante cose belle: i sinth tenebrosi à la Ultravox, i riff di una chitarra meravigliosamente distorta, un falsetto finalmente al suo posto che richiama la morbida seduzione di If you wear that velvet dress. Questo è un pezzo che francamente non vedo l’ora di sentire dal vivo, soprattutto per il suo assolo finale, uno dei momenti più alti del disco. Voi dite un po’ che cazzo vi pare, ma gli U2 talvolta hanno dei momenti di sincera ispirazione, e questi soltanto bastano come motivo per ascoltare con curiosità ogni loro nuovo disco.

Poi accade il miracolo. Due pezzi inanellati uno dietro all’altro. Stupendi, per quanto diametralmente opposti. This Is Where You Can Reach Me Now, che tra citazioni di Joe Strummer e wah wah di chitarra, ci riporta alle orecchie il suono e l’autoironia che ci piace. E poi The Trouble, un duetto con Lykke Li, forse il miglior pezzo tirato fuori dagli U2 dai tempi delle colonne sonore di Million Dollar Hotel. Atmosfere a metà tra l’irish e l’orientale, violini campionati, e l’intreccio ben riuscito tra due voci così diverse crea un episodio dal sapore trip-hop che poteva benissimo dominare tutto il lotto di Original Soundtracks 1 dei Passengers (U2 & Brian Eno). Linee melodiche suadenti, atmosfere oniriche, e una vera ispirazione a fare da sfondo a tutto il pezzo. Da solo vale tutto il disco.

Finale con morale politica: comprare (o scaricare gratuitamente) un album degli U2 somiglia un po’ alle volte in cui decidi di rivotare PD nella speranza che faccia meno peggio della legislatura precedente. Ma spesso dopo il voto ti accorgi di aver fatto la cazzata. Forse con Renzi la cazzata l’abbiamo fatta, ma con Songs of innocence, nonostante il naso turato per la collaborazione con Apple, abbiamo sul nostro pc o sul nostro “egofono” un disco che si lascia ascoltare. Al contrario del suo nome non è innocente, anzi. È un lavoro colpevole di superbia, di autocelebrazione. Non imprime una direzione, ma piuttosto rivisita in maniera incostante il passato, regalandoci però qualche ottimo pezzo che segna un passo in avanti. Se il suono degli attuali U2 fosse come il PD, ci ricorderebbe le maniere familiari e rassicuranti di Bersani. Credete a me, meglio questo indirizzo che la rottamazione cialtrona che finisce in svacco pop reazionario.

Giuseppe F. Pagano
Redazione musicale

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