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Recensione: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Recensione: Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. Il film vincitore a Venezia71 passerà il vaglio della nostra personale critica? Scopritelo di seguito.

Praticamente la stessa fatica che fai a nominarne il titolo, la fai a seguire visivamente questa pellicola, attraverso le sue storie, le sue riflessioni, le sue pause, i suoi mille simbolismi che ci inducono all’attenzione più completa. Un Piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è un film profondo, interessante, che ritaglia delle scene come se fossero quadri in movimento. Bellissimo nella sua originalità di critica e di lettura, Roy Andersson ricostruisce con il proprio film le ambientazioni che più sente vicine, per raccontare tutte le profonde solitudini e fragilità che affliggono l’esistenza umana durante i secoli e in tutte le sue sfumature. Dalla meschinità alla tragedia alla bellezza.

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Senza darti un attimo di respiro, l’opera ti spinge subito in un’atmosfera di tristezza e rassegnazione, mista ad una comicità quasi involontaria quanto grottesca cominciando col raccontare tre casi diversi di morte, resa banale dai protagonisti e senza importanza. Situazioni riprese con una lentezza asfissiante come a voler evidenziare la stanca esistenza dell’essere umano. Tutti i protagonisti agiscono attraverso una dialettica lenta e dimessa, estremamente riflessiva e totalmente imperturbabile, che va di pari passo alla regia di Andersson, tutta fondata sull’inquadratura fissa, i campi lunghi e l’assenza di primi piani, quasi si volesse dare tempo allo spettatore di osservare e cogliere l’essenza dell’immagine. I protagonisti delle scenette in pieno stile teatrale proposte sono Jonathan e Sam, interpretati da Holger Andersson e Nils Westblom, due venditori di scherzi di carnevale che vagano da locale in locale alla ricerca di acquirenti e debitori. Depressi e falliti ma non rassegnati, sono portatori di ironia attraverso la loro merce. Sono simboli della società fallita che però ha ancora una possibilità di guarire e tornare a sorridere.

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Dall’alloggio assistenziale dove dormono avvolti da scene vuote e senza colore ne calore, alla caffetteria dei giorni nostri all’interno del quale irrompe letteralmente il XVIII secolo sotto le sembianze di Carlo XII di Svezia che, con le truppe in viaggio verso la Russia, obbliga le donne di uscire dal locale prima di soffermarsi sulla figura del giovane barista. Si finisce dentro un saloon in due momenti diversi nel tempo, nel 1943 e al giorno d’oggi, accompagnati da una cameriera che intona una canzone popolare in Svezia. Infine uno sketch dove si vede una scena coloniale nella quale persone di colore vengono condotte all’interno di un serbatoio in rame a cui viene dato fuoco e che trasforma le loro urla di disperazione in musica. Tutto questo mentre un gruppo di aristocratici osserva, rappresentando in senso generale le migliaia di uccisioni ordite nei secoli dall’essere umano.

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Con questo quinto lungometraggio Roy Andersson ha raggiungo momentaneamente il suo apice artistico, culminato con la vittoria del Leone D’Oro al 71° Festival di Venezia durante il quale ha affermato che è stata Ladri di Bicicletta la principale ispirazione di quest’opera. Il vero cinema italiano fa sempre scuola. Nella scena finale, all’interno del quale si può afferrare il messaggio di come siamo ormai capaci di parlare del niente e di parlarne per ore, è presente la risposta alla sensazione che abbiamo sin dall’inizio di questo gioiellino. Si, il piccione che riflette su un ramo siamo noi. Solo che invece del ramo, abbiamo una sedia.

 

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