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[RECENSIONE] About Wayne – Bagarre

10945589_10153040458007140_1094287666080464145_nSono passati tre anni dall’album di debutto e gli About Wayne sono tornati in grande stile. Forse vi ricorderete del quintetto romano per aver firmato la colonna sonora di Freaks!web series di qualche tempo fa, di cui i ragazzi erano uno dei (purtroppo pochi) punti di forza. O forse per aver aperto ai Foo Fighters al Rock in Idrho nel 2011 o per aver condiviso il palco con i Panic! at the Disco. Il gruppo, formato da Giampaolo Speziale,  Jacopo Antonini, Giovanni De Sanctis, Daniele Giuili e Francesco Maras, si è preso il tempo necessario per lo studio e l’esecuzione di Bagarre, il loro nuovo album, uscito il 20 gennaio (inizialmente previsto per il 3 ottobre, poi slittato).

Italianissimi e dalla grande presenza scenica (per chi ha avuto l’opportunità di sentirli live) gli About Wayne scrivono e cantano in inglese, a volte un po’ criptico ma dallo stile sicuramente interessante. Le aspettative dopo un primo album come Rushism erano decisamente alte, soprattutto considerando il silenzio stampa nei tre anni successivi, interrotto soltanto dai due singoli “Hi Malone!” e “The Story to Tell Our Child”, ma l’album si difende egregiamente. Bagarre, più che rimandare alla zuffa nel nome – e di caos ce ne sarà ben poco, è un album decisamente studiato –, stando alle parole degli AW stessi, è il racconto della «condizione che ha contraddistinto in questo periodo noi e il mondo esterno ai nostri occhi». L’album è stato presentato in contemporanea con il video del primo singolo, che è anche la prima traccia, “Where No One Goes”.

Il video strizza decisamente l’occhio alla figura di Lady Godiva e accompagna una traccia che parte da un reverb marcato per poi spingersi in un’andatura ipnotica, aiutata anche dai cori nella parte finale. Subito dopo la strada viene aperta per “90 Degrees”, riff energetico e  linea di basso prominente.

Il ritmo rallenta, ma solo in apparenza, con “Circus”, dalla sezione ritmica marcata, in cui la chitarra acustica irrompe dolcemente nel ritornello perdendo però alla fine il confronto con la sua sorella elettrica, che ha molto più spazio nell’outro. Il disco continua con “Flow”, una traccia che, come da nome, scorre dolcemente, aprendo la strada a “The Chase”, con il suo riff rapido, da inseguimento appunto. Una canzone dal passo svelto che cattura, potente, dove la chitarra elettrica la fa da padrona. Si continua con “Riverside” che frena lo scorrere veloce del disco, ma lo mantiene inesorabile come quello del Mississippi. La sensazione che dà il brano è proprio quella da Louisiana, aiutata anche dalla scelta del banjo come strumento principale. “Son of a Man” intrappola già dalle prime note, l’atmosfera cupa  lascia però il passo ad un accumulo ed a una conseguente esplosione.

L’ottava traccia, “Tony Flash”, è una di quelle di cui vorresti conoscere la storia, che cosa c’è dietro: «I’m what you want, I’m Tony Flash, the man, have you missed me?». “In the Reign of Flies” è un altro pezzo interessante, una linea di basso massiccia che accompagna una piacevolissima chitarra e che sposa bene l’esecuzione vocale di Giampaolo. Poi c’è “One”, aperta dalla batteria, durante la quale assistiamo ad un altro build-up di energie prima della deflagrazione in uscita. “Charger 69″ ammorbidisce i toni in vista della chiusura dell’album, è un degno pezzo di addio che saluta l’ascoltatore con «I close my eyes, breathe out and kiss my life goodbye». Ghost track, o almeno credo, considerato il silenzio dopo la precedente e prima della stessa, è “Prayer”, traccia completamente acustica e dal retrogusto blues. Quello degli About Wayne è un disco frutto di una maturazione e si sente. Più che una bagarre, un tafferuglio, sembra la quiete dopo la scazzottata.

Guglielmo Piacentini

 

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