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[RECENSIONE] Yeah Yeah Yeahs – Mosquito

Yeah-Yeah-Yeahs-Mosquito

È notte, un grande falò illumina la campagna, attorniato da un gruppo di persone. Al centro c’è Lily Cole triste e indifesa, che piange la morte di un uomo con una maschera raffigurante la caricatura del diavolo. In sottofondo si insinuano le parole «Fallen for a guyfell down from the sky» sorrette da una melodia minimale e irresistibile. È la voce di Karen O, e così inizia Sacrilege, primo singolo del nuovo album degli Yeah Yeah YeahsMosquito.

Il video è diretto dal quartetto parigino Megaforce ed è un’assoluta meraviglia. Un caleidoscopio di situazioni che si susseguono in un continuo sfasamento temporale, tale da riscrivere le regole di Memento. Il climax finale è travolgente e porta ad un’estasi quasi sconvolgente, grazie al potere delle immagini miste a un coro gospel imperante. Impossibile restare indifferenti.

Se Mosquito si mantenesse su questi livelli, ci troveremmo di fronte a un capolavoro. La realtà è diversa, a partire dall’orribile copertina (colpevole Beomsik Shimbe Shim), anche se il trio newyorkese ci regala ottimi spunti. Subway è una ninna nanna ipnotica che sopravvive a rumori metallici e fruscii in lontananza, in un’atmosfera notturna e metropolitana. La title-track invece vira verso un atteggiamento più aggressivo, che rimanda all’eccentricità graffiante del loro primo lavoro, Fever To Tell, piccola gemma del lontano 2003.

In questi dieci anni è avvenuta una metamorfosi musicale passata dal grezzo post-punk degli esordi all’introduzione di suoni elettronici, per giungere ora a una consapevole commistione delle due anime YYYs. Chitarre pesanti che lasciano spazio al synth. Metamorfosi che ha coinvolto anche l’aspetto fisico: se Karen O ora sfoggia una capigliatura total blonde, il batterista Brian Chase si è tenuto accuratamente alla larga da forbici e lamette, passando dalla figura di un qualsiasi impiegato del catasto a un aspetto quasi ascetico. L’unico rimasto coerente è il perenne black-clad Nick Zinner, che pare la versione adulta del figlio nichilista di Little Miss Sunshine.

L’album procede bene, ha un’accurata post-produzione ma non è complesso. Non vi libererete degli echi di Under The Earth molto facilmente. Area 52 invece, che è vecchio stile, non va oltre lo stato di filler.  Infatti i pezzi più riusciti sono proprio quelli frutto della commistione di cui sopra, concepiti in una maturità artistica che non va di pari passo (per fortuna) con la maturità comportamentale (mai vista Karen O dal vivo? Merita. A tratti irrita, ma merita. L’essenza YYYs è quella).

Always esagera un po’ con voli pindarici di melodie sognanti, ma è molto più apprezzabile esplorare un processo di crescita evolutivo d interessante piuttosto che rifugiarsi in facili riedizioni di se stessi. Non vi stupite se i vostri amici hipster si mostreranno entusiasti all’ascolto del rap di Dr. Octagon in Buried Alive. Funziona. Piuttosto preoccupatevi di mandare a fanculo chi, sempre tra i vostri amici hipster, avrà la brillante idea di filmare l’intera esibizione passando tutto il tempo davanti al telefonino, dando vita ad una nuova e pericolosa forma di vita: l’hipster-bimbominkia. Già, perché i nostri YYYs non ne possono più di vedersi di fronte file di persone alle prese con iPad e smartphone vari. Si sono sentiti talmente frustrati da appendere, nella data alla Webster Hall di New York un cartello dal messaggio totalmente inequivocabile. Dopo dieci anni riescono ancora a stupirci. In positivo.

Iacopo Galli

Redazione musicale

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