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[replica] Aurora di Friedrich Murnau

1927. Esce Aurora, diciannovesima pellicola di Friedrich Murnau, la prima girata negli USA.

Tutti gli Statunitensi investono a più non posso – moscerini che spasimano per finire quanto prima nelle fauci dell’aracnide economico che ha tessuto la tela a cui sono appiccicati – e i produttori di Hollywood non sono da meno: negli anni ’20 si comprano tutti i principali cineasti tedeschi, tra cui i registi Ernst Lubisch e Lupu Pick, l’attore Paul Leni e lo sceneggiatore Carl Mayer. E, naturalmente, Friedrich Murnau.

004-sunrise-theredlistMurnau è noto per i suoi budget elevatissimi, ma la Fox Film Corporation (Oscar alla miglior produzione artistica 1929) non bada a spese per la produzione del nuovo film, sceneggiato proprio da Mayer, uscito nelle sale il 23 Settembre 1927: Sunrise: A Song of Two Humans. Un film affascinante fin dal titolo. I two humans in questione sono un giovane campagnolo e sua moglie, chiamati semplicemente The Man (George O’Brien) e The Wife (Janet Gaynor, Oscar alla miglior attrice protagonista 1929); la loro song è una canzone in quattro tempi.

Alla didascalia Summertime… vacation time segue un rigurgito di scene che si accavallano l’una con l’altra: treni di chi parte per la villeggiatura, navi da crociera, donzelle e fustacchioni sulla spiaggia, un battello che attracca in un’idillica località campestre. E dal battello scende a Woman from the Ciry (Margaret Livingston), ‘a malamente della storia, colei che viene dalla città a corrompere l’innocente giovanotto. La natura stessa si fa sudicia al suo arrivo, e l’atmosfera è pervasa da un’afa pesante. Forse perfino di morte.

Ma vince l’amore coniugale, e il traghetto di Caronte si trasforma in una gita in città. Marito e moglie si ritrovano a folleggiare tra botteghe di fotografi, balere affollate e maialini al trotto; il tutto contornato dalla luce dei lampioni. Eppure al passaggio dei due tutto ciò che è artificiale acquista quasi un carattere di naturalezza.

Il tratto caratterizzante del film è senza dubbio la vaghezza: un ipnotico anonimato riveste tutto ciò che appare. È una vaghezza che universalizza, fa dell’uomo e della donna un uomo e una donna qualunque, della campagna e della città una campagna e una città qualunque. Potremmo spingerci oltre, dire che ogni cosa è allegorica, rappresentazione delle forze primordiali che animano l’uomo e il mondo, ma ci tratteniamo. Perché Aurora non può davvero tollerare una disamina minuziosa: Murnau, godendo per la prima volta di un budget illimitato, ha curato i dettagli scenografici e centellinato riprese (Oscar alla miglior fotografia 1929) e montaggio fino all’inverosimile.

Quanto allo spettatore si mostra irreale, onirico, mistico è in realtà frutto di una meticolosità stilistica folle – se non altro per i costi. Ma, appunto, allo spettatore del film non resta che una storia commovente e un senso di vaghezza e di spontaneità di cui profuma già il titolo: Aurora: una canzone di due esseri umani.

Sembra il preludio di un lieto ritorno alla vita di coppia, ma … Clicca QUI per vedere il film e… buona visione!

Gabriele Flamigni per Radioeco

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