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The Revenant, tra virtuosismi ed estremismi

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Dopo Birdman, il regista messicano Alejandro Inarritu dà un’altra prova di talento registico con The Revenant, storia tratta da una vicenda reale del 1823 con protagonisti Tom Hardy e Leonardo Di Caprio.

Leonardo Di Caprio e Tom Hardy in scena (quindi a prendere freddo in quantità). Alejandro Inarritu alla regia. Secondo voi The Revenant che film poteva essere? Se aggiungiamo un pizzico (si fa per dire) di Lubezki alla fotografia il risultato alla fine viene da solo. Bello, avvincente ed estremo. Ormai il regista messicano è una garanzia assoluta. Forse uno dei 2-3 migliori registi in circolazione. La scena iniziale è un saggio del virtuosismo inarrituiano con questa macchina da presa “autonoma” che spazia in lungo e in largo sulla scena tenendo lo spettatore coinvolto direttamente nel pathos degli eventi. Come se fosse sulla scena.

Nove mesi di riprese, immersi in una natura incontaminata, utilizzando solo la luce naturale per le riprese a temperature che arrivavano anche a -40°. The Revenant ha messo a durissima prova (più o meno come qualsiasi appassionato di calcio quando guarda una partita del Milan) i suoi attori e specialmente Leonardo Di Caprio nei panni del protagonista Hugh Glass, tra immersioni nei fiumi ghiacciati e altre magiche avventure estreme (se volete saperne di più qui). Tra le avventure non ho potuto non notare un tributo meraviglioso a Dersu Uzala di Kurosawa.

The Revenant è una storia parzialmente ispirata alle vicende del 1823 che videro Hugh Glass abbandonato in fin di vita dai suoi compagni durante una spedizione commerciale nei territori rigidi del fiume Missouri. Ripresosi miracolosamente, prenderà il via la sua ricerca di vendetta verso Fitzgerald (Tom Hardy), responsabile principale del suo abbandono e rappresentante della mentalità arida e bramosa di denaro dell’americano a cavallo tra ’700/’800 (lo so, adesso è pure peggio). Un quadro storico e narrativo nel quale non potevano mancare le figure dei nativi americani, che rappresentano una parte importante nella storia del protagonista Glass. Senza creare ambiguità Inarritu riesce a porre gli indiani per quello che sono, ovvero la parte lesa e sottomessa da una vera e propria invasione europea partita nel 1492. Una parte (simboleggiata dalla figura della moglie) che saprà donare al protagonista quegli insegnamenti che la società “civilizzata” non è in grado di dargli.

Ma The Revenant non è solo il duo magico Tom Hardy e Di Caprio. Ottimo anche Domhnall Gleeson che è stato considerato dalla stampa più o meno come Renzi considera la minoranza PD. Raffinata interpretazione invece. Ho la sensazione che il ragazzo si farà. Così come inevitabilmente si farà l’Oscar a un Leonardo di Caprio (si vocifera che la festa sarà in stile The Wolf of Wall Street) che finalmente con questo ruolo ha deciso di “sporcarsi” un po’ le mani come non faceva dai tempi di Buon compleanno Mr. Grape con un Johnny Depp ancora sano artisticamente (a breve ci sarà il seguito di Alice in Wonderland e mi chiedo che cosa abbiamo fatto di così terribile per meritarci tale punizione).

Non sarà il miglior film di Inarritu (amo Birdman e 21 grammi) ma comunque The Revenant rappresenta il superamento di una prova del nove decisiva. Il successo planetario con Birdman condito dall’Oscar poteva “contaminare” in qualche modo The Revenant portandolo ad un livello deludente (non nego che un lieve timore mi era venuto). Per fortuna nostra invece non è successo.

PS A proposito di cinema. La morte di Ettore Scola mi rattrista e non fa altro che deprimermi sempre di più. I grandi maestri (mi concentro solo sull’Italia) ci lasciano e al loro posto c’e un vuoto così completo che in confronto la testa di Giuliano Ferrara è da premio Nobel (non ditemi Checco che vi mando un grizzly a casa).

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

 

 

 

 

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