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Richie Hawtin, Isaak, Killing Joke – BringTheEco#3

Si, lo sappiamo: siete già stanchi delle festività natalizie prima ancora che siano incominciate. Stanchi della tiritera “a Natale siamo tutti più buoni”, della pubblicità della Bauli, della corsa pazza ai regali inutili e chissà cos’altro. BringTheEco vi aiuta a correre ai ripari.

Volete rinchiudervi nella vostra stanzetta per isolarvi dal mondo esterno, a luce spenta, bava alla bocca e gli occhi sbarrati, illuminati solo dal monitor del pc? Allora il nuovo album di Richie Hawtin è quello che fa per voi. Il vostro albero di Natale non è un abete ma una pianta di cannabis alta un metro e mezzo, vi sentite abbastanza cazzoni e avete voglia di fare un po’ di casino a qualche bel concerto, naturalmente non di Natale, ma ad uno metal, meglio se stoner? Gli Isaak sapranno farvi scapocciare con l’ottimo Sermonize di recente uscita. Infine, se proprio vi sentite anti sistema, anti religiosi, anti tutto, niente funziona meglio dei Killing Joke, da più di trent’anni portabandiera di disagio e incazzatura post-punk, e del loro Pylon. A Natale siamo tutti più buoni, ma per colpa dei canditi non si riesce mai.

 Richie Hawtin

Richie Hawtin – From My Mind To Yours (Plus 8 Records, 2015)
E poi a fine anno arriva la notizia che non ti aspetti. E non una notizia qualsiasi, ma una di quelle che ti fanno sperare di poter chiudere in bellezza il 2015, musicalmente parlando almeno. E’ presto detto: Richie Hawtin ha appena rilasciato un nuovo album dal titolo From My Mind To Yours, praticamente in sordina e senza una vera e propria campagna pubblicitaria. Il lavoro esce per celebrare il venticinquesimo anniversario della Plus 8, label fondata ad inizio anni ’90 dal produttore canadese di origini inglesi e da John Acquaviva. In tanti si erano chiesti di chi fosse quel vinile uscito ad ottobre dal titolo Plus 8 25/1 uscito sempre per quell’etichetta e firmato solo da un misterioso Unknown Artist; From My Mind To Yours, come ha dichiarato Hawtin in un’intervista, svela l’arcano in quanto è formato da alcuni dei brani di quel precedente vinile insieme ad altre produzioni. Per l’occasione, vengono rispolverati qui i monickers che l’hanno accompagnato nella sua carriera: il noto Plastikman, col quale firma il numero maggiore di pezzi, Chidsplay, Fuse, 80XX, R.H.X., Robotman e Circuit Breaker. Differenti identità per un unico stile: il minimalismo sonoro del producer è di volta in volta declinato in molteplici versioni, segno solo di grande versatilità e ricerca. Lungi dall’essere un superfluo best of, l’album non offre comunque niente di nuovo per chi già conosce i trip techno berlinesi di Hawtin; per un verso, potrebbe essere utile per chi non ha mai sentito nulla del musicista facendo un po’ un sunto della sua storia. Date un’occhiata al sito messo su apposta per la release, dove è anche possibile acquistarla in varie versioni.
Isaak – Sermonize (Small Stone Recordings, 2015)
Un disco da Natale del male, come direbbe il sommo Richard Benson. A scaldare più del ceppo nel caminetto del salotto di casa ci pensa Sermonize, primo album a tutti gli effetti a nome Isaak, visto che il precedente The Longer The Beard, The Harder The Sound era uscito quando la band si chiamava ancora Gandhi’s Gunn e ristampato nel 2013 col nome attuale (leggete qui per avere un po’ un’idea). Genovesi attivi dal 2007, lo stoner massiccio e granitico del quartetto si è fatto largo nell’underground italiano grazie ad un’attitudine completamente votata al genere e alla furia sprigionata dai loro concerti, come dimostrato anche nella recente esibizione all’Heavy Psych Sounds Fest a Roma. Tutte le caratteristiche presenti nelle uscite discografiche precedenti, in Sermonize vengono ulteriormente sviluppate, potenziate e affinate. Tira sempre aria di deserto sin dai primi brani, come “The Peak” e “The Fountainhead“, questa dal groove più settantiano, ma il disco mostra anche il suo lato più roccioso e granitico, picchiando duro come in “Soar” e “Showdown“. Ottima la prova strumentale di tutti i componenti, perfetti nel saper maneggiare con sapienza il genere; da sottolineare in particolare la prova vocale di Giacomo Boeddu, energica e con un piglio più melodico rispetto al disco precedente (emblematica di ciò è la title-track). Forti di un’esperienza accresciuta in tanti anni di gavetta, che permette agli Isaak di coverizzare anche l’incoverizzabile Yeah dei Kyuss, Sermonize segna sicuramente un ulteriore sviluppo nella cavalcata folle e desertica del gruppo: la scena italiana lo attendeva con impazienza ed ora il disco si piazza fra le migliori uscite del genere di quest’anno.

Killing Joke – Pylon (Spinefarm, 2015)
Concludiamo questa “trilogia dell’insofferenza natalizia” con Pylon, sedicesimo album dei Killing Joke e terzo con la line-up originaria dopo gli ottimi Absolut Dissent e MMXII. Inossidabile e coerenti sino al midollo, il quartetto inglese se ne frega delle mode e dei revival, e non potrebbe essere altrimenti visto che se gente come Nine Inch Nails, Ministry, Fear Factory, Rammstein e migliaia di altre band industrial tutte uguali riempiono gli stadi è solo grazie a loro. I Killing Joke non fanno certo la fame ma rispetto ai nomi citati sono sempre rimasti piuttosto defilati, adorati sin dal lontano 1980 da un certo tipo di pubblico piuttosto trasversale, esattamente come la loro musica. Pylon, rispetto ai due dischi prima citati, è il più pesante, non tanto nel songwriting ma piuttosto nell’atmosfera generale e soprattutto nei suoni, avvolto da una pesante coltre grigio-scura da scarichi industriali. Nonostante ciò, l’album scorre piacevolmente, forse senza lasciare un segno profondo rispetto ad altre uscite della band, ma regalando comunque buoni momenti all’altezza della storia del gruppo: solo due i pezzi smaccatamente post-punk e “danzerecci”, “New Cold War” e “War On Freedom”, mentre il resto si divide fra ritmi marziali e cadenzati e riff di chitarra tesi e dall’atmosfera dark. I Killing Joke si riconfermano la solita certezza, credibili nonostante i tanti anni ormai alle spalle, cosa non da poco conto. Chi non sopporta l’ipocrisia natalizia sparare a tutto volume la voce da predicatore invasato di Jaz Colemann cantando il testo di “I Am The Virus” risulterà salutare.

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