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Ritorno all’Anime Night

animeC’è stato un periodo che ha accomunato un po’ tutti noi aficionados del mondo dell’animazione giapponese: è stato quel periodo che dal lontano 2000 (andando avanti fino al 2010) ci riuniva il martedì sera dopo cena, quando ci sedevamo sul divano lontani dai nostri genitori, e sintonizzati su MTV, guardavamo la celebre Anime Night. Sfatiamo quindi il mito che a riportare in auge questo tipo di animazione sia stata la rete Mediaset: certo, non si può negare che nel corso degli anni anche Italia 1 abbia fatto la sua parte, ma lo ha fatto con dei prodotti più generalisti, da Dragonball a One Piece, passando per Detective Conan e Shaman King. Non fraintendetemi, parliamo sempre di pietre miliari, ma chi si perdeva davanti lo schermo a guardare Anime Night, illuminati, voleva qualcosa di più ricercato, qualcosa che spingesse ben oltre i confini ai quali ci avevano abituati i ninja di Naruto e i pirati di Rufy: eravamo il pubblico di nicchia, quelli che si apprestavano a guardare a tarda notte Cowboy Bebop, Inuyasha o Neon Genesis Evangelion.

Ecco, forse nessun altro anime avrebbe potuto eguagliare la potenza di Neon Genesis Evangelion, l’opera mistica di Yoshiyuki Sadamoto e Hideaki Anno. La sua animazione così limpida e gli epici scontri tra Angeli ed Eva che facevano solo da pretesto per raccontare quella visione filosofico-religiosa rappresentante di un’intera cultura, quella giapponese. Purtroppo oggi quest’articolo non sarà la sede per spiegarvi cosa abbia davvero significato Neon Genesis Evangelion nel mondo dell’animazione giapponese (e non solo). Nel corso degli anni neanche serie come Black Lagoon, Gintama, Full Metal Alchemist o Death Note avrebbero potuto minimamente colmare il vuoto che Evangelion aveva lasciato su MTV e nel mio cuore.

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Il discorso del “vuoto lasciato da…”  va di pari passo con la controparte cartacea degli anime: i manga.
In generale io non sono mai stato un grande amante, in questo campo, dei prodotti “mainstream”: smisi di leggere Naruto dopo la saga di Pain (cioè quando anche i mangaka vanno avanti solo per soldi), One Piece (qui mea culpa) non mi hai mai entusiasmato più di tanto –tant’è che guardavo solo l’anime quando mi capitava sotto al naso su Italia 1-, e Bleach lo abbandonai di punto in bianco perché…Perché mi interessavano le opere meno ricercate. Ecco allora che andavo a scoprire appassionanti storie come Eureka Seven, Eyeshield 21 e Zetman. Poi invece, opere come Gantz e HunterxHunter, furono un’epifania: mi aiutarono a capire che questo mondo era ben diverso da come ce lo raccontavano; ero molto più giovane di adesso, e rimasi estasiato nello scoprire la disgustosa iperviolenza di Gantz, e le macchiavelliche missioni di HxH. Poi, mentre crescevo, tra una cosa e l’altra, chiusi quel mondo dentro un armadio. Letteralmente. Nel senso che la paghetta non arrivava più perché si spendeva troppo sopra ai manga, e la passione man mano sfiorì: nella mia mente rimase impresso quest’olimpo di opere perfette…

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…Almeno fino a quando non iniziarono a girare le voci su un nuovo anime: L’Attacco dei Giganti. Incuriosito, lo incominciai a vedere e furono due le cose che notai fin da subito. Dopo essere mancato tanti anni in questo ambiente, rimasi sorpreso nel notare ora con quanta maestria si giocava sull’animazione e la storia. La ricerca di un racconto più teatrale ma soprattutto corale, era condito da un progresso tecnologico notevole: che gli anime fossero ritornati sul cammino serioso che era stato chiuso da opere come Evangelion e Death Note? Dovevo assolutamente scoprirlo. In pochi mesi scoprii che tutti i nuovi prodotti si dividevano in quelli che volevano far ridere, e quelli che volevano essere presi sul serio: da Kill la Kill, storia di donne dai potenti power up che se le danno di santa ragione con pochi vestiti addosso, a Prison School, parossismo e parodia del sadomaso riletto in chiave scolastica, per poi cambiare lato e passare da Death Parade, fiaba quasi gotica di giudici, giuria e boia, raccontata dal punto di vista di giudici, giuria e boia, e arrivare a Psycho-Pass, thriller futuristico d’ambientazione “bladerunneriana”.

Il lato di chi vuole far ridere, fa effettivamente ridere: Prison School non è solo la metafora di una sessualità culturale che molti non riescono ad esprimere (e a questo punto va citato Shimoneta, storia di una Terra alternativa in cui qualsiasi doppio senso o allusione sessuale è proibita dalla legge) ma è anche sagace e intelligente. One Punch Man, la rivelazione dello scorso anno, è la parodia di tutto il mainstream che ci viene propinato, dai combattimenti fino ai super poteri, il tutto condito da un’ironia troppo sopra le righe per far parte di un banale anime.

E chi vuanimeole essere serio, invece, rimane serio: Death Parade si destreggia tra etica e morale, sempre in cerca di un messaggio da proporci a fine puntata che s’intrecci con la trama principale. Tokyo Ghoul, altro super nome dell’ultima annata, conserva molto degli anime generalisti, ma non si tira indietro dal giocare con la psicologia dei personaggi e le motivazioni dietro le loro azioni che caratterizzano la loro crescita nel corso delle puntate. O meglio, delle stagioni. E sì, perchè la differenza col “passato”, si incomincia anche a notare da questo approccio più americano, questa divisione in stagioni che sostituisce l’utilizzo dei “filler”, le storie originali che riempiono l’attesa tra una saga da adattare con un ‘altra.

Ora non resta che farci una domanda: siamo di fronte a prodotti consapevoli della loro potenzialità e che finalmente tornano a prendersi sul serio? Siamo di fronte ad una nuova epoca d’oro degli anime? Probabilmente sì. Troverò mai il mio nuovo Neon Genesis Evangelion in questo olimpo dell’animazione 2.0? Chissà. Nel frattempo, see you space cowboy!

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