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Roberto Recchioni e Zerocalcare al Wired Next Fest 2016

Il Wired Next Fest è un calderone in cui le idee innovative si fondono con le esperienze di chi è già attivo da tempo in un determinato campo, dando vita a una ricetta vincente, che, grazie al giusto dosaggio di spunti di riflessione e  ospiti competenti, è in grado di stuzzicare e ispirare il pubblico. È in questo contesto che accade di trovare sul palco personalità anche abbastanza diverse tra loro, riunite da una passione comune. A vederli vicini, Roberto Recchioni (con la sua aria da dandy e un’esperienza ventennale alle spalle) e  Zerocalcare (di una timidezza disarmante, nonostante la vastità del suo seguito) fanno quasi sorridere: uno si mostra a suo agio, l’altro è, per sua stessa ammissione, in ansia di fronte alla marea di gente accorsa per assistere al loro intervento. Entrambi, però, si trovano in un momento cruciale per le rispettive carriere, dato il successo di Kobane Calling, che si sta facendo conoscere in Europa, e l’attesissimo trentennale di Dylan Dog in uscita il 28 settembre.

foto dell’autrice

È  proprio Recchioni a sottolineare quanto, in sostanza, siano simili la creatura di Sclavi e l’opera del giovane Michele Rech, in quanto entrambi capaci di interpretare l’attimo presente, diventando fenomeni culturali e generazionali di enorme portata. Dalle sue parole, non prive di un certo orgoglio per aver riportato in auge la nota testata bonelliana, è possibile trarre un excursus storico di come il fumetto popolare, prima attraverso le edicole e poi attraverso il web, sia stato capace di reinventarsi nel corso degli anni, interrogando se stesso e facendo interrogare i lettori. 

In Italia abbiamo due capisaldi del fumetto: Tex, che dà le risposte, e Dylan Dog, che fa le domande. Dylan non aveva bisogno di essere rinnovato, ma era necessario che tornasse a farsi le domande, anche quelle sbagliate.  Si tratta di un personaggio che deve riflettere sul presente e porsi dei dubbi su quelle che, magari, diamo come realtà assodate. È la forza di Tiziano [Sclavi]: nel pieno degli anni ottanta, dello yuppismo e del reaganismo, proponeva veri spunti di discussione. Una frase come “I mostri siamo noi” può sembrare sentita e risentita, ma allora aveva una potenza enorme, specie nell’ambito di un editore come la Bonelli, che con Mister No i mostri li aveva ben identificati.

Per riproporre quell’idea di dubbio che, più che la sua natura di fumetto horror, aveva portato Dylan Dog a vendere oltre un milione di copie ed essere  analizzato come fenomeno culturale da studiosi del calibro di Umberto Eco, il prolifico fumettista già qualche anno fa aveva proposto una sua personale provocazione culturale con l’albo Mater Morbi, esplicitamente citato, già a partire dal titolo, dal numero dedicato al trentennale della testata, di prossima uscita. Mater Dolorosa (testi di Recchioni, disegni di Cavenago) si propone, infatti, l’ambizioso intento di celebrare l’Old boy, pur rientrando in pieno in quell’onda di rinnovamento che ha diviso il fan club di Craven Road №7. La notizia  più esaltante, però, resta il ritorno, dopo nove anni, dell’uomo che ha reso tutto questo possibile: dopo una serie di trattative, che gli sono quasi costate il posto di lavoro, Recchioni è riuscito a ottenere, per il mese di ottobre, una sceneggiatura originale di Tiziano Sclavi.

foto dell'autrice

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Alla passione per l’opera del creatore dell’indagatore dell’incubo, Zerocalcare contrappone quella per la politica, quella vera, che si costruisce dal basso e in cooperazione con diverse realtà. Non solo Kobane Calling è frutto di un percorso che ha coinvolto compagni di viaggio, associazioni culturali e rappresentanti del popolo curdo direttamente interessati alla causa, ma ogni lavoro del disegnatore romano sarebbe frutto di una collaborazione intensa, di cui la stesura delle tavole rappresenta l’ultima fase.

Con Kobane mi sembra di essere riuscito a mantenere questo doppio registro: quello mio personale per cui mi hanno conosciuto i lettori del blog e quell’altro filone, legato al sociale. È come se due identità schizofreniche si fossero riunite in una. Questo non mi dispiace, però mi terrorizza l’alone di irreversibilità per cui, se hai fatto un lavoro sul Kurdistan e poi parli del Trono di Spade sei “tornato indietro”. Io ho un sacco di interessi: vorrei continuare a raccontare anche le “cazzate”.

Wired, però, rimanda alla connessione, e, non a caso, il Next Fest è stata un’occasione per trattare del rapporto che gli autori hanno con il loro seguito virtuale. Anche in questo Zerocalcare e Recchioni si mostrano diametralmente opposti: se il primo tende a intervenire relativamente poco sulla propria pagina personale, limitandosi a ricordare (più o meno in tempo) i vari appuntamenti che lo riguardano, il secondo ha fatto del proprio profilo (pubblico) su Facebook una bacheca di opinioni volte a scatenare discussioni spesso molto accese. Per Rrobe (come ama firmarsi sui social), infatti, “internet non è un palco, ma una piazza, in cui in base al modo in cui ci si pone è giusto aspettarsi una risposta a tono. È anche vero, come è stato ribadito, che più forte è la personalità di chi scrive e più l’opinione di chi lo segue tenderà a polarizzarsi, portando anche a casi estremi di linciaggio mediatico. Esempio recentissimo di questo “odio da social” è il post sulla manifestazione in memoria di Carlo Giuliani, che aveva portato Zerocalcare ad essere segnalato da un gruppo ben preciso di haters. Quella locandina era riuscita a focalizzare ancora una volta l’attenzione sulla questione (mai definitivamente chiusa) del G8 di Genova, che all’artista di Rebibbia sta particolarmente a cuore, tanto da aver costituito il suo trampolino di lancio nel mondo del fumetto.
Sul fronte dei litigi virtuali il Golden boy di Casa Bonelli, invece, è ormai veterano e si distingue con stile:

 Io mi definisco un “ottimista nichilista“, cioè vorrei vedere tutti morti, ma spero, presto o tardi, di trovare qualcosa che mi faccia ricredere. 

Speriamo di esserci riusciti, almeno un poco, con questo lungo reportage!

foto dell'autrice

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