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Robin Hood – L’origine della leggenda: la recensione

Scordatevi la versione scanzonata della Walt Disney; Robin Hood si veste di abiti nuovi grazie a Otto Barthust. Qui la nostra recensione del film con Taron Egerton e Jamie Foxx.

Robin Hood

Corre veloce, quasi invisibile la freccia di Robin Hood. È una lama forgiata di coraggio, spavalderia, ma soprattutto di critica sociale. Nei suoi riflessi le sfumature di un presente ricalcante gli sbagli e gli errori del passato. Eppure, a virare il corso della freccia, sono universi cinematografici che il regista Otto Bathurst non si limita a citare, ma imitare, lasciando che la propria opera manchi il bersaglio e non colpisca lo spettatore. Perché questo è il nuovo Robin Hood: un film mancato.

Il Robin Hood firmato Otto Bathurst è una origin story ben più rischiosa e audace (almeno sulla carta) del Robin Hood di Ridley Scott con Russell Crowe. L’anacronismo che sottende la costruzione di questa nuova trasposizione rivela una maggiore indicizzazione verso un pubblico più adulto, sebbene l’aspetto critico risulta alquanto smussato e non d’impatto come avrebbe voluto. Il regista, cioè, vestendo i propri personaggi con costumi richiamanti quelli odierni, e posizionandoli in ambienti colmi di elementi scenografici futuristici per il tempo, tenta di ridurre la distanza cronologica tra i personaggi sullo schermo e quelli in sala, enfatizzando quelle denunce sociali che accomunano i due mondi. Il problema è come Otto Bathurst costruisce questo mondo. Egli ruba, proprio come un Robin Hood della macchina da presa, idee da altri registi in base alla scena da portare sullo schermo. E così ci ritroviamo dinnanzi a una galleria cinematografica fatta di rimandi continui e rivelanti un’autorialità alquanto fallace. Se le scene del ballo ricordano quelle di Baz Luhrmann (Il grande Gatsby, Moulin Rouge), la resa stilistica dei momenti iniziali è una commistione tra Assassin’s Creed, Prince of Persia e Le Crociate di Ridley Scott; in maniera analoga la fotografia e l’atmosfera generale di povertà è a tratti reminiscente quella dei Miserabili di Tom Hooper, mentre il montaggio serrato pare essere preso a prestito da Edgar Wright. Trattandosi di una leggenda facilmente modellabile secondo le proprie velleità artistiche, è normale voler affidare a Robin Hood una freschezza che sembrava essere andata perduta, ma questo non significa privarla della consecutio causa, e riempire le troppe mancanze (in primis autoriali) con stilemi propri di altri registi.

L’aspetto interessante è come Robin Hood (qui interpretato da un buon Taron Egerton, facilitato nella costruzione del personaggio dalla sua recente esperienza da protagonista in Kingsmen) venga rappresentato nelle vesti di antesignano dei soldati in missione in Medio Oriente (non a caso i creatori del film si sono ispirati a film come Black Hawk Down e The Hurt Locker). Da semplice ladro che “ruba ai ricchi per dare i poveri” il protagonista si innalza a paladino della giustizia e dell’uguaglianza sociale. Va da sé che il messaggio che sottende il film è facilmente estrapolabile: Robin Hood, Little John e lo Sceriffo di Nottingham diventano emblemi del lato più oscuro della nostra società; la lotta di cui si fanno protagonisti non è più dunque un conflitto tra arabi e occidentali, musulmani e cristiani, ma tra il popolo e chi, dall’alto del potere decisionale, abusa del proprio potere. L’intuizione, per quanto interessante, non è stata però sviluppata come avrebbe dovuto, lasciando ogni idea vagare nell’inquadratura come petali al vento. Perfino i ralenti – la cui mera presenza, ricordiamolo, non fa un film d’azione – sono privi di un nesso giustificatorio e il loro impiego risulta pertanto casuale e inspiegabile.

La delusione finale proveniente dalla visione di questo film è ancor più esacerbata dalla produzione precedente di Otto Barthust. Il regista inglese, qui alla prima esperienza in campo cinematografico, ha avuto modo di dimostrare il proprio talento firmando alcune delle serie televisive più interessanti degli ultimi anni (sua è la prima puntata di Black Mirror – “The National Anthem” – ma soprattutto quel gioiello che è Peaky Blinders). Ci si aspettava molto di più da un regista del genere, il quale, una volta liberatosi dall’ansia di realizzazione e riavvicinatosi alle proprie idee estetiche, porta in scena alcuni momenti più belli del film, come quello in cui Will Scarlet (Jamie Dornan) incita la folle in un costrutto dal forte impianto teatrale. Un piccolo bagliore in un universo torbido e oscuro, che per quanto interessante non risulta abbastanza per trarre in salvo una nave in pieno naufragio. la stessa interpretazione di Ben Mendelsohn nei panni del tirannico Sceriffo di Nottingham appare del tutto sprecata, soprattutto se confrontata con quella di un alquanto fiacco Jamie Foxx (il cui John non è più spalla di Robin, ma maestro e mentore, alla Karate Kid) e un’inespressiva Eve Hewson (figlia di Bono Vox già vista in The Knick).

Voto: 5 e 1/2

Elisa Torsiello per Radioeco

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