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Sanremo 2016. Le pagelle (senza numeri) della finale

Adesso che il sipario si è calato sulla finale di Sanremo 2016, possiamo fare le nostre pagelle.

Ma, invece dei voti alle canzoni (che abbiamo già dato), proporrò un discorso un po’ più articolato di un semplice numero e di una sentenza sparata lì, magari con l’obiettivo di essere simpatici a tutti i costi.

La domanda di partenza è questa: ma non dovevamo “rottamare” il passato? Intendo proporre qualcosa di nuovo, qualcosa che ci permettesse di essere distinguibili come decennio musicale rispetto agli anni ’80 e ’90. Se la domanda è questa, diciamo subito che il Festival di Sanremo, così come il “renzismo” (ideologia che ormai si applica persino nell’industria culturale), è una promessa disattesa, un annuncio di rinnovamento che si auto-rigenera ogni anno per poi – puntualmente – smentirsi. Insomma, come direbbe Aldo Grasso, con la featuring di Nietzsche, l’Eterno ritorno all’uguale. Ma il male di questo “renzismo sanremese”, mi sia concessa l’espressione, è quello di accogliere sotto il suo mantello uno share da 50%, ovvero un italiano su due l’ha guardato, magari pure in parte denigrando via social tutto e tutti, ma l’ha vissuto come un beverone da mandar giù dalla prima all’ultima puntata.

Carlo Conti - Sanremo 2016

I giornalisti sembrano quasi tutti d’accordo: Carlo Conti ricorda la conduzione di Pippo Baudo. Appunto. Quale sarebbe la novità? È la DC della conduzione, ma più abbronzata. Questo dovrebbe bastarci nel valutare Sanremo come un successo? Ogni giornalista che si fregia di questo titolo la domenica dopo Sanremo può ridursi al ruolo di un ragioniere che mette insieme tutti i numeri di ascolto o di audience sui social? Oppure il successo di pubblico dovrebbe spingerci ad altre domande?

Questi numeri faraonici vanno ben oltre i meriti o demeriti della conduzione, e si spiegano perché la Nazione (adoro questi termini novecenteschi un po’ naif) ama stringersi di fronte a qualcosa che abbia sapore ecumenico, una sorta di patriottismo che non usa più inni e marce, ma che trova comunque dei focolari culturali rassicuranti, vie alternative all’affermazione dell’identità del Paese. Se poi ci sono di mezzo presentatori dall’aplomb democristiano, arrangiamenti sempre più prevedibili, nomi “pesanti” (ma fatiscenti) della tradizione, zero sperimentazione in termini di tempi dello show, e inserimento di vecchi nomi di sfondamento dell’industria discografica italiana (poi spacciati per super-ospiti) l’effetto non-luogo è garantito. Potremmo essere nel 1990, come nel 2003 o nel 2016, non è cambiato assolutamente niente. E questo agli italiani, chiusi a casa a guardare la tv perché la crisi economica morde ancora, piace molto. Piacerà a tanti certo, ma non a tutti per fortuna. Perché questa regressione collettiva all’infanzia, per non pensare ai problemi odierni, ha preso le sembianze di una sala stampa e di una platea che cantavano in coro le canzoni di Cristina D’Avena. Un disagio che mi spinge a chiedere asilo politico all’Austria.

Noemi Festival di Sanremo 2016

 

C’è poi stata un’altra occasione mancata, diciamolo chiaramente, ed è la questione sui diritti civili. La politica è salita sul palco dell’Ariston sotto forma di nastri con i colori dell’arcobaleno. Perché gli ospiti o i cantanti che hanno esibito quei nastri non hanno aggiunto qualche parola a spiegazione di quel simbolo? I simboli sono potenti solo quando sono decodificabili da tutti. Allora, per non arrecare dispiacere spettatori del Family Day (una minoranza retrograda), si è ricorsa alla solita diplomazia alla Don Abbondio. Dire e non dire, alludere ma non spiegare. È inutile, chi il coraggio non ce l’ha, non può darselo manco con dei nastri colorati. La politica, che in molte edizioni del passato è entrata prepotentemente, quest’anno è stata volontariamente tenuta fuori. Qualcuno obietterà che esistono dei luoghi precisi per fare politica, come il Parlamento. Ma se negli USA si fossero aspettati i tempi e i luoghi del Palazzo, ci sarebbero ancora le scuole per neri e i posti sugli autobus riservati ai bianchi. L’unica notazione politica, se così possiamo chiamarla, era contenuta nell’intervento del Governatore della Liguria Toti che, udite udite, ha ricordato i marò. Incredibile ma vero. Un Paese dilaniato dalle disuguaglianze, economiche e giuridiche, e l’unico che ha preso parola in veste di politico ha piazzato un nastro giallo sul premio alle Giovani proposte per ricordare i due marò. Una barzelletta che non poteva non concretizzarsi attorno a questo interclassista focolare italiano. E poi c’era l’ospitata di Brignano, aka Banalità un tanto al chilo, che ha sfruttato la busta paga di mamma RAI per rifilarci un pippone sulla famiglia tradizionale che, tra l’altro, non ha fatto neanche ridere.

 

Brignano Sanremo 2016

 

A disinnescare ogni possibile polemica, o riflessione, o aperta protesta ci ha pensato un Festival confezionato ad arte. Niente picchi di personalità, se non un’imitatrice strepitosa, una media dell’offerta musicale scadente, ma piuttosto in linea con ciò che l’intrattenimento richiede. E per chi, magari, si trova a guardare questo mondo da addetto ai lavori, sa pure quante ore di fatica ci stiano dietro alla scrittura di un testo o di arrangiamento, quanti professionisti siano stati coinvolti per rendere presentabile l’impresentabile. Però, se questo è il meglio che il Paese sa offrire, allora ci meritiamo di rimanere a cantarcela e a suonarcela sotto l’arco delle Alpi. Ma per fortuna su quel palco non c’è la sanior pars (la parte migliore) della produzione artistica del Paese, e questo ci rincuora mentre siamo a twittare il nostro disappunto per Neffa che canta delle lagne, Morgan che non ha voce e Patty Pravo che dovrebbe godersi la pensione.

Qualcosa di positivo ci sarà pure in questo Festival di Sanremo che ha tolto ogni freccia all’arco di un sano dibattito del Paese? C’è un testo cantato da Irene Fornaciari che, per quanto sia stata massacrata dai critici, è qualcosa che mette un granello scomodo nel meccanismo del disimpegno organizzato di Sanremo, richiamando le tragedie del mare e le grandi migrazioni. Ma, come è prevedibile, di quel testo non si parlerà mai, per non avere scocciature ulteriori alla già nostra povera tavola. Così come nessuno si soffermerà più di tanto sul testo di Clementino, che parla delle condizioni del Mezzogiorno e delle ragioni che possono spingere all’emigrazione… non nel 1914, ma nel 2016. Anche qui il “renzismo sanremese”, animato da ansia da like, da tweet ad effetto, da condivisibilità del prodotto, neanche si porrà il problema che esiste ancora una “questione meridionale”.

Ora però basta prenderci sul serio, infatti già mi aspetto il “refrain” di Patty Pravo a commento della mia supercazzola: “Ma tu chi sei? Che cosa vuoi?”.

Giuseppe Flavio Pagano

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