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Santana – Live Report (Pistoia Blues 2015)

Pistoia Blues tira giù il carico. Sul palco il leggendario Carlos Santana con il suo Corazón tour per una serata infuocata dal ritmo latino dello straordinario artista. Vi raccontiamo come è andata.

SantanaManca poco al concerto, la piazza è gremita, il caldo imperante, sullo schermo gigante il cognome (in origine nome della band) dell’artista che tutti stiamo aspettando: Santana.

Entra preciso come un orologio svizzero, al collo una vecchia Fender scheggiata, sullo schermo partono video di Woodstock, questo Corazón tour toccherà tappe da tutti gli album della prolifica carriera del chitarrista messicano-statunitense, tra cover e pezzi originali.

Parte “Soul Sacrifice” e ci si rende subito conto che la retinue di Santana è di tutto rispetto, 10 musicisti a comporre una vera e propria band, una festa di suoni e non una nota fuori posto. Parte “Sadeira” e facciamo la conoscenza dei due vocalist che accompagnano Carlos sul palco, Tony Lindsay e Andy Vargas. Dalla cover degli Skank ci si muove a un’altra cover, stavolta di Deon Jackson con “Love Makes the World Go Round“.

Non c’è tempo per le pause e non lo diresti mai che l’arzillo chitarrista ha compiuto 68 anni il giorno prima festeggiando con un concertone all’Arena di Verona. Dopo “Freedom in 11760131_10155816418585313_9138168193627457304_nYour Mind” parte subito “Foo Foo” e poi finalmente si concede per un paio di chiacchiere al pubblico che intona il suo nome.

Parla un po’ in inglese e un po’ in spagnolo, dicendo che “we want to transform fear, miedo, make it memorable“. Decide che è quindi il momento di passare a Supernatural e parte “Maria Maria” accolta in maniera più che calorosa. Tempo un assolo di piano da parte di David K Mathews, che Santana stesso definisce un grandissimo musicista (e ce ne accorgiamo da come lavora alacremente tra le tastiere e l’hammond) ed è subito tempo di “Corazón Espinado” con delle striature di “Guajira“.

Vengo sommerso dal calore dei ritmi latini, se dovessi esprimermi a questo punto, l’unico aggettivo che mi viene in mente è “organico”. Santana con la sua band crea un enorme albero pulsante di melodie che offre frutti più colorati delle Paul Reed Smith che voracemente cambia durante tutto il concerto.

I virtuosismi continuano anche nella tribale “Jin-go-lo-ba” dove Carlos abbandona per un attimo la chitarra in favore dei sonagli e dei fischietti. I ritmi si mescolano a pezzetti di “Sunshine Day” e “Soul Makossa“. La naturalezza con cui tutto l’ensamble fa propri pezzi provenienti da artisti differenti è stupefacenti. I ritmi evolvono in un assolo di percussioni di Karl Perazzo che apre la strada a “Evil Ways“.

11014954_10155816418845313_7381491640524959210_nParte quindi “A Love Supreme“, cover/dedica di Coltrane, dove Santana si prende del tempo per lanciarsi in un ispirato discorso su amore e peccato, cita Marvin Gaye, i Beatles, dice che non c’è peccato “just light and love“. Ispiratissimo, continua: “Look in the mirror and say, I’m significant, I am meaningful, I can create miracles, because I am light and love”.

Illuminati ci muoviamo verso “A Place With No Name” cover del compianto Michael Jackson che lascia spazio a una serie di virtuosismi che sbocciano nel famosissimo riff di “Ain’t no Sunshine When She’s Gone“.

Parte dunque “Europa” e l’intera piazza ondeggia in preda alle note della fiammante PRS. Torniamo poi alle sonorità messicane con “Sacalo” e un arroventatissimo duetto di chitarra e tromba. Un motivetto conosciutissimo mi colpisce i timpani, ed è subito “Tequila“, dove Carlos non si fa sfuggire l’opportunità di inserire il riff di “Satisfaction” degli Stones. Soddisfazione si, già tantissima prima che escano, si facciano desiderare per nemmeno un minuto e tornino poi per l’encore.

Tripletta elegantissima di uscita, si parte con “Black Magic Woman/Gipsy Queen“, si passa alla caliente “Oye Como Va” e tra una grattata di guira e l’altra si sbuca in “Toussaint L’Overture“, anche questa arricchita dai movimenti di “While My Guitar Gently Weeps” e “Another Star“.

Una piazza pienissima da quindi il saluto alla leggenda dopo due ore e mezzo di un fantastico concerto, dove non c’era solo il corazon sul palco, ma molto, molto di più del misero muscolo cardiaco soltanto.

 

Report Fotografico di Michela Biagini

Guglielmo Piacentini

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