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Santiago, Italia: Nanni Moretti incanta Pisa

Domenica 16 dicembre 2018 Pisa si è come fermata, o comunque riunita al cinema Arsenale. Ipnotizzato e a bocca aperta il pubblico ha accolto Nanni Moretti e il suo nuovo docu-film, Santiago, Italia. Qui la nostra recensione.

Nanni Moretti

È difficile staccare gli occhi da Santiago, Italia. Quello intrapreso da Nanni Moretti è un cammino tortuoso, ripido, faticoso, compiuto tra gli ostacoli della ricostruzione storica e i ricordi personali di chi quegli anni li ha vissuti in prima persona. Un viaggio di quattro capitoli, fatto per raccontare il colpo di stato in Cile nel 1973. In Santiago, Italia c’è dunque il prima, il durante e il dopo di quell’11 settembre del 1973 che sporcò le pagine del Cile di sangue. Il sangue del presidente Salvador Allende, dei suoi sostenitori, di coloro che non credevano nella violenza e nel Golpe di Pinochet. Un’onda di paura ha investito il paese e per coloro che sono riusciti a scappare dalle grinfie dei torturatori, non restava che scappare, o saltare muri. Ed è qui che entra in gioco l’Italia, non solo perché quello della storia è un nastro che una volta giunto alla fine si riavvolge per poi ripetersi, ma perché quelle immagini su quel nastro impresse rischiano di proiettarsi sui nostri schermi, sulle nostre vite. Il Cile di ieri rischia di diventare l’Italia di oggi. Se grazie ai racconti di uomini e donne scappate dall’orrore scopriamo un’Italia solidale, pronta a salvare i rifugiati all’interno della propria ambasciata, e poi donare loro una nuova rinascita coccolandoli tra le strade delle nostre città, ci chiediamo dove siano finiti quei residui di tolleranza e umanità che gli anni hanno sfaldato, indebolito, nascosto come crimini. Guardando Santiago, Italia sorprende il nostro sorprenderci per la solidarietà che il popolo italiano ha dimostrato ai tempi nei confronti del popolo cileno; ci sorprendiamo, cioè, per un atto di generosità e di umanità che noi italiani non sentiamo più nostro. Come ha ricordato Nanni Moretti nel corso della sua presentazione del film al cinema Arsenale di Pisa, «negli anni ’70 in Italia guardavamo con attenzione le vicende del Cile. La sinistra per la prima volta andò al potere senza l’impiego di armi, ma per il voto». Eleggendo al ruolo di guida il racconto di due giovani diplomatici italiani, Santiago, Italia è una «storia d’accoglienza». Questa storia Nanni Moretti ce la racconta nascondendosi. Una narrazione in sottrazione la sua, che lascia spazio a una lezione di storia narrata da chi ha vissuto prima la caduta, e poi il sacrificio del presidente Allende. Anche il materiale di repertorio è usato con parsimonia ed essenzialità, interferendo con sapienza al racconto così da lasciare ampio spazio alle interviste ai rifugiati: i registi Patricio Guzmàn e Miguel Littìn, il traduttore Rodrigo Vergara, il diplomatico Piero De Masi, ma anche artigiani, operai, giornalisti, tutti con un’esperienza da raccontare e ricordare, quasi per esorcizzare ed elaborare il trauma subito.

Nanni Moretti

Nanni Moretti al cinema Arsenale – foto di Elisa Torsiello

A differenza di quanto è solito fare Michael Moore nei suoi documentari d’inchiesta, il regista italiano non occupa la scena, investendola con la sua presenza ingombrante e distraente, ma lascia che siano le lacrime, gli sguardi bassi o fieri dei propri interlocutori a far rivivere la storia. Tralasciando la presenza costante dei diversi alter-ego che da sempre esaltano l’ambiguità della storia, spostando l’ago della finzione tra onesta autobiografia e semplice invenzione, questa volta Moretti sposta la prospettiva in ‘prima persona’, singolare e libera, alla ‘seconda persona’. Il Nanni Moretti che apre il film, di spalle, impegnato a guardare dall’alto la città di Santiago, si tramuterà ben presto in un fantasma silente; una presenza che si materializza sotto forma di voce, di domande, materializzandosi e declamando la propria fisicità solo quando si raggiunge il climax narrativo, con quel “io non sono imparziale” rivolto a gran voce a uno dei tanti militari convinti che le torture inflitte e gli assassini eseguiti fossero giustificabili in nome di un potere dittatoriale manipolatrice. Bastano pochi secondi, il tempo necessario a Nanni Moretti per nascondersi dietro la cinepresa, che questa – strumento ipertrofico dell’impianto visivo del regista – si trasformi nei suoi occhi, testimoniando e registrando eventi e momenti storici a volte dimenticati, o del tutto sconosciuti. In quell’occhio artificiale si immedesimeranno, perdendosi, anche gli occhi di noi spettatori, in una rete di sguardi fattasi ormai orfana di un qualsiasi intinto voyeuristico, perché solo spinta dalla fonte intimistica di conoscenza ed epifanica rivelazione. È attraverso quei racconti, quelle confessioni, che Nanni Moretti illumina come un faro un aspetto umanistico che in Italia non è estinto, ma ha solo imparato a nascondersi sotto strati di insofferenza e ingiustificata paura. Non sarà certo un docu-film a eliminare quella benda che copre gli occhi degli uomini rendendoli ciechi e privi di ragione (le stesse bende che hanno offuscato la visione dei militari e degli uomini di destra, convinti sostenitori del colpo di stato di Pinochet) ma «raccontando con semplicità una vicenda umana» Nanni Moretti tenta di ripristinare una solidarietà che c’è ma non si vede. Una solidarietà che – quella sì – è, e deve essere, imparziale e ugualitaria.

Voto: 8

Elisa Torsiello per Radioeco

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