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Scorpioni che odiano gli uomini. La famiglia secondo Carrozzeria Orfeo

Tutto muore nell’insistenza a stare immobili, come scorpioni. Le parole specialmente. Famiglie che si congelano in dialoghi mancati, mentre si imbroglia e ci si avvelena sul tavolo dell’umana convivenza. Perché tutte le famiglie si somigliano tra loro quando parlano, ma ogni famiglia tace a modo suo.

Ammesso che sia mai esistita, chi potrebbe portare in scena la rara e illogica serenità che trova posto in una rispettabile casa? Al massimo le pubblicità della Barilla (per questo sono insopportabili!). Nella letteratura e nel teatro meglio puntare tutto sull’infelicità, sui vizi, sulla solitudine, sull’oscenità; dipingere la casa come gabbia inesorabile che trasforma i cristiani in aracnidi. Una miniera inesauribile di brame sessuali, di volontà frustrate, di noie e di nevrosi, di desideri indicibili, questa è la famiglia ritratta da Idoli, pièce che è stata portata in scena al Teatro Era da Carrozzeria Orfeo, una compagnia teatrale lombarda che già da diversi anni si sta specializzando in un’entomologia ferocemente equilibrata della società italiana. Già ci eravamo occupati di loro con Robe dell’altro mondo.

Perché feroce? Perché equilibrata? La ferocia di Idoli sta in un registro linguistico che accoglie oscenità, crudezze, restituzione fedele della violenza familiare intra-moenia. La ferocia è quella della ricreazione di situazioni limite, dando fondo a tutto l’arsenale di grettezza umana esistente sul mercato. L’equilibrio invece risiede nell’architettura dell’opera, nel realismo disidratato adottato dalla scrittura di Gabriele Di Luca, che non diventa mai quel tipo di tragedia che copre di grandezza gli eroi negativi, ormai sconfitti dagli eventi; al contrario restituisce un’immagine di una miserabilità grottesca, che non può che suscitare il riso. Ma quanto si può ridere – alla fine – di scorpioni intrappolati in una bottiglia, costretti a farsi la guerra tra loro? Mi tornano in mente i versi di Padania degli Afterhours: “Ha ancora un senso battersi contro un demone, quando la dittatura è dentro te?”

Il testo teatrale è partito da un “pretesto”, un saggio di Galimberti intitolato I vizi capitali e i nuovi vizi. Ma Idoli presenta altre illustri ascendenze: non solo il linguaggio minimale degli autori degli anni Ottanta (che si trasferisce ad una recitazione altrettanto asciutta), ma la tematizzazione della casa-prigione, della famiglia asfittica, dei vizi borghesi, già cari al “realismo critico” di Moravia. Come nell’incipit degli Indifferenti, è chiaro fin dalla prima scena che le cose si metteranno male, perché l’immobilità non può che condurre alla tragedia finale. Nel corso della pièce si alternano sulla scena i cinque personaggi, ma nessuno di loro cresce, sono intrappolati in una condizione di vigliaccheria, di servitù verso la neo-idolatria del possesso e dell’apparenza, con l’alfabeto della violenza già scritto sul loro destino.

Le derive nevrotiche dei personaggi si organizzano prima in contrappunti, poi negli interludi più onirici assumono una forma più corale. Le situazioni offerte, dicevamo, sono abbastanza al limite: la lite tra l’ultrà e la sua ragazza che architetta un’estorsione ai danni della madre, il monologo allucinatorio tra la madre e il gatto drogato, due coniugi che litigano per un dentifricio protetti dalla facciata dell’albero di Natale, i “ricordi sessuali” del nonno sedicente pirata, le schermaglie amorose tra il figlio sessuofobico e la sua fidanzata, che però è una mignotta in cerca di carte di credito. Stereotipi? Mica tanto. Dai tempi del caso Masi sino alla strage di Erba, la famiglia cresciuta tra casa, coca e capannone, si popola proprio di questi personaggi. Pregio degli attori è stato rendere tangibile, respirabile, questo microcapitalismo infetto che conosciamo solo dai racconti delle disgrazie altrui.

Forse non tutti sono dannati allo stesso modo in questa tragicommedia: il nonno, per quanto malato di Alzheimer e prigioniero della sua sedia a rotelle, offre l’unico barlume di vitalismo. Ma, proprio per questa sua irriducibilità alla “ragione dei carnefici”, viene scacciato e oltraggiato dalla sua stessa famiglia. Con lui muore ogni speranza di riscatto. Ed è sempre il nonno a offrire con la sua carrozzella la metafora della prigionia delle convenzioni, dell’immobilità sedotta da pupari invisibili. Nell’interludio onirico i cinque personaggi danzano in carrozzella, tentando di liberarsi da questa condizione. E quando vi riescono, sempre nel sogno, sputano tutti i desideri e tutti i pensieri che non avevano osato proferire, intrappolati com’erano in quell’ipocrisia danzante.

Bella prova dunque di scrittura e di regia per Idoli. Carrozzeria Orfeo affascina per la capacità di dare strutture interne equilibrate, per la costruzione geometrica di climax ascendenti, per la semina di spie narrative, per l’orchestrazione circolare dell’intera opera. Anche nei dettagli c’è molta cura, come la fotografia e la scelta delle colonne sonore, assolutamente al servizio del senso dell’opera. La recitazione priva di inflorescenze gratuite, così scarna e tagliente, rende materia intelligibile questa colonia impazzita di scorpioni. Ma c’è un merito complessivo in Idoli: l’analisi non diventa mai moralismo, perché sappiamo tutti che la metà degli italiani possiede nell’armadio scheletri orribili, e l’altra metà è pronta a scannarsi per metterci sopra le mani: sia sugli scheletri che sugli armadi… perché in Italia non si butta via niente.

Giuseppe F. Pagano
(redazione musicale)

Foto di scena a cura della compagnia Carrozzeria Orfeo.

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