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Cosa direbbe Alberto Moravia

moravia da iltempo

28 Novembre 1907: nasceva a Roma Alberto Moravia, pseudonimo di Alberto Pincherle. photo by iltempo.it

Se fosse ancora vivo cosa avrebbe detto?

Mi piace ricordare il suo spirito tagliente, l’enorme eredità culturale e l’influenza che ebbe come intellettuale, ma guai a parlare di ”impegno”, concetto che lui rifiutava categoricamente in ambito letterario. Il termine ”impegno” fu coniato da Sartre nei confronti del quale Moravia nutriva stima, ammirazione e affetto; tuttavia disapprovò il suo ”impegno letterario”: ”La letteratura ha una natura tale da escludere l’impegno. Un intellettuale che voglia sentirsi impegnato dispone di altri modi per manifestare questa vocazione: l’articolo di giornale, il pamphlet, il discorso in piazza”.

Solo leggendo, sfogliando e annaspando le pungenti risposte – per non dire sentenze – raccolte ne Intervista ad uno scrittore scomodo(a cura di Nello Ajello, Editori Laterza, 2008) mi sono resa conto di quante ne avrebbe dette alla politica, società e cultura d’oggi. Non avrebbe risparmiato nessuno. Avrebbe messo sotto torchio chiunque gli capitasse, un vero e proprio processo verbale senza ‘se’ e senza ‘ma’, poi dritti al patibolo. Scherzi a parte, se nel 1978 lamentava lapidario: ”L’Italia è un paese profondamente massificato e la massificazione crea simboli, produce feticci in maniera incontrollabile”, e, ad un decennio dai moti rivoluzionari giovanili del 68′, puntava il dito verso la politica nostrana affermando che: ‘‘in Italia di democrazia vera ce n’è assai poca. Ci sono dei surrogati.” … be’, le probabili reazioni all’attuale contemporaneità che avrebbe (con ritrosia) mostrato e che mi pullulano in mente sono svariate:

1) Scrollata di spalle, sguardo cinico e sarcastico, sorrisino ombreggiato e dopo un profondo sospiro avrebbe finalmente aperto bocca e in un sussurro velato avrebbe detto: ”Detesto dirlo, ma … ve l’avevo detto”;
2) Sbuffi incontrollabili di nervosismo e frustrazione repressa, gesti d’insofferenza. No comment.
3) Avrebbe istantaneamente inforcato occhialetti, sguinzagliato penna e agendina e si sarebbe messo a scribacchiare qualche brillante bozzetto, preludio di un suo futuro capolavoro d’inestimabile valore spirituale.

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Mi piace ricordarlo come un uomo tutto d’un pezzo, limpido, trasparente, senza peli sulla lingua, che parlava rivolto alla coscienza, che esalava profezie di stomaco. Un uomo che poche volte nella sua vita si era realmente sentito a suo agio se non durante il 68′, a contatto con quella gioventù progressista e libertaria che tanto lo affascinava, quella stessa gioventù che nei suoi confronti vomitò condanne di ”imborghesimento” ma che lui apprezzò comunque; lo spirito rivoluzionario, combattivo, mordace e irruento lo stuzzicavano, per lui erano probabilmente provocazioni suggestive, fonti d’inesauribile ispirazione, e anche retaggi di un’adolescenza passata. Era ancora giovane dentro, inutile negarlo. I ragazzi, i giovani avevano su di lui un ascendente non indifferente. Non a caso sono i protagonisti del suo celeberrimo romanzo d’esordio, ”Gli indifferenti”, primo romanzo esistenzialista d’Europa, precocemente scritto a diciassette anni e pubblicato, dopo non poche difficoltà nel 1929 (”Lo straniero” di Albert Camus e ”La nausea” di Sartre, le altre due parabole dell’esistenzialismo risalgono rispettivamente al 1942 e al 1938). Ma i giovani protagonisti del romanzo, o della ”tragedia in forma di romanzo”, Carla e Michele, sono agli antipodi della gioventù che lui ammirava: inetti, privi della benché minima capacità di reazione emotiva, aridi, ‘contenitori vuoti’, forniti solo di un duro guscio, una corazza iperprotettiva e qualsivoglia sentimento.

Mi piace ricordarlo, nonostante la franchezza netta e decisa verso quelle personalità che non apprezzava, per le sue parole cariche di trasporto e di puro amore verso quelli che invece considerava le pietre miliari della sua formazione culturale: Dostoevskij, Leopardi, Montale. In particolare il primo per lui fu più che un maestro, fu la sua guida, addirittura riguardo l’influenza che il grande romanziere russo ebbe su di lui ne parla come se lo avesse contagiato irrimediabilmente: ”ne feci una malattia. Ancora oggi non riesco a staccarmi dai suoi schemi”. Montale è ”un poeta dell’esistenza”, il cui ”senso di desolazione della vita moderna, della cultura scontata” si riflettono nei suoi romanzi. Montale e Leopardi sono perfettamente sincronizzati sulla stessa lunghezza d’onda: ”Montale mi ricorda a volte Leopardi, un Leopardi aggiornato. Il suo pessimismo somiglia a quello di Paul Valéry, quando diceva: andrà tutto a fondo, i libri, le critiche dei libri, le critiche delle critiche dei libri. Insomma, la premonizione della fine di un’epoca, il senso di vivere in una civiltà al crepuscolo”.

Moravia e Pasolini

Moravia e Pasolini

Mi piace ricordare anche la sincera amicizia che lo legò a Pier Paolo Pasolini, con cui condivideva il medesimo disprezzo e rigetto verso il consumismo, la massificazione e l’omologazione. Nei confronti dell’amico-collega, Moravia disse: ”È il poeta più originale che abbiamo avuto dopo la caduta del fascismo”. E un tale complimento da un tale uomo basta e avanza per definire la dimensione della loro complicità.

Mi piace ricordarlo per il rapporto d’amore (sfortunato, come dirò brevemente) con Elsa Morante, la straordinaria scrittrice che rivoluzionò il romanzo nel 900′. Fu una relazione turbolenta, psicologicamente devastante. La Morante stessa annotava nel suo diario: ”Sonno interrotto da telefonate di A., notte tutta piena di dolcissimi turbamenti lascivi. Mi atterrisce il domani incerto. Amo terribilmente A.”.

photo by minimaetmoralia.net

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Quando Moravia apprese la notizia della sua morte la stagione invernale e il soffioni di vento gelido imperversavano: ”Allora sono uscito, ho camminato a lungo nella neve. Ero commosso e cercavo di dissipare la commozione con il gelo della giornata invernale [...], così era volata via Elsa dalla mia vita”.

Semplicemente, mi piace ricordarlo per chi continua ad essere ancora oggi: un grande maestro.

 

Maria Vittoria Giardinelli

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